Il governo iraniano fa causa a Hollywood «per aver prodotto Argo, un film pieno di errori»

Il governo di Teheran ha chiesto all’avvocato francese Isabelle Coutant-Peyre, moglie del terrorista Carlos, di citare in giudizio gli Studios. Nel mirino il miglior film del 2012 diretto da Ben Affleck

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A poco meno di un mese dal trionfo del bellissimo Argo, premiato con l’Oscar come miglior film del 2012, arrivano i guai. Il quotidiano filo-riformista iraniano Shargh ha reso nota la volontà di Teheran di fare causa agli studios di Hollywood, colpevoli di aver prodotto il film in questione. Secondo il giornale l’avvocato francese Isabelle Coutant-Peyre si trova in Iran per discutere con le autorità il modo in cui, dalle parti di Los Angeles, si vedranno recapitare una bella citazione in giudizio. La signora Coutant-Peyre non è certo un avvocato qualunque, ma è la moglie del terrorista venezuelano Ilich Ramirez Sanchez, meglio conosciuto come Carlos “Lo sciacallo” , a cui la tv francese dedicò una miniserie di tre puntate nel 2010 e che attualmente sta scontando una condanna per ergastolo in Francia.

POLEMICHE INFINITE. Non si placano quindi le polemiche sul film di Ben Affleck, che racconta la vera storia dell’agente Cia Tony Mendez, che riuscì a riportare  in Usa sei diplomatici americani fuggiti durante l’assalto all’ambasciata di Teheran nel 1979. Già pochi giorni dopo la sua uscita, il ministro della Cultura e della Guida Islamica, Seyed Mohammad Hosseini, aveva definito la pellicola “senza valore artistico” e “contro l’Iran”. Molto criticata dal governo iraniano era stata anche la scelta di Michelle Obama di annunciare il Miglior film dell’anno (Argo, appunto), direttamente dalla Casa Bianca. Un atto che, secondo la stampa iraniana, evidenziava “la dimensione politica” di una pellicola chiaramente anti-Iran. E non finisce qui: il governo finanzierà la pellicola The General Staff allo scopo di raccontare la verità suoi fatti accaduti nel 1979 e smascherare tutte le bugie e gli errori presenti nel capolavoro di Affleck.

 

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