Il (giusto) posto del lavoro

Perché oggi il mestiere che facciamo diventa spesso il cappio cui appendiamo la nostra vita? Intervista al sociologo Pier Paolo Bellini

  •  
  •  
  •  
  •  
  •  
  •  

completo-lavoro-giacca-cravatta-shutterstock_415660660

«Sono inutile», «non ho più alcuna possibilità di realizzarmi», furono i refrain di un pranzo svoltosi un pomeriggio di più di vent’anni fa. Ad ascoltare i lamenti di un gruppo di studenti bocciati al test per l’ammissione alla facoltà di Medicina, c’era Pier Paolo Bellini, ricercatore in Sociologia dei processi culturali e comunicativi all’Università degli Studi del Molise, musicista e compositore. Dalle riflessioni su quelle parole è nato un corposo saggio, Il mio posto. Sociologia della realizzazione, pubblicato da Mondadori Education e presentato alla Camera lo scorso 13 luglio con il ministro del Lavoro, Giuliano Poletti. «Ho iniziato a cercare di capire quali concezioni del mondo potessero giustificare le affermazioni dei miei e di tanti altri studenti, da dove venissero e quali fossero le radici dei percorsi realizzativi odierni indagando un campione di circa 800 partecipanti ai test di Medicina».

Nel saggio c’è posto per una domanda importante: che cos’è il bene per l’uomo? E, in particolare, come comportarsi con i giovani, incapaci di affrontare gli ostacoli che si oppongono ai loro progetti e desideri? Come si è arrivati a questa giovinezza imprigionata davanti alla soglia del lavoro?
Si è perso qualcosa di radicale nell’uomo. Con l’avvento della modernità, e ancor più della postmodernità, il rapporto tra gli individui e il sistema sociale ha subìto trasformazioni che hanno messo in discussione i fondamenti tradizionali: nel Medioevo un cavaliere era un cavaliere e un contadino era un contadino, per gli altri oltre che per se stessi; forse non era contento di essere tale ma era certo della sua traiettoria nella sua, felice o meno, realizzazione sociale. Questa realizzazione, che coincide con la costruzione della propria identità – il proprio compito, il trovare “se stessi” nel mondo –, è data dall’interagire di tre prospettive diverse che nel libro chiamo “radici realizzative”: l’io che viene chiamato, l’io che fa, l’io che crede. La prima è di natura “relazionale”: l’io si costruisce intorno a come viene chiamato dagli altri fin da quando viene al mondo, dal nome che gli viene dato dai genitori al rapporto con le persone care, all’incontro con gli altri “estranei”. La seconda è la costruzione dell’identità attraverso “quello che uno fa”: esiste infatti un legame misterioso tra l’azione sociale e la definizione di ciò che si è; qui il lavoro ricopre un ruolo assolutamente centrale. La terza è ciò che uno crede: c’è anche qui un misterioso legame tra identità personale e ciò su cui essa poggia i piedi, la sua fede, o la sua fiducia. È dalle nostre decisioni quotidiane rispetto alle relazioni da preservare, le azioni da compiere e i valori da affermare, cioè da un rapporto attivo tra soggetto e ambiente, che l’individuo negozia la propria identità e quindi la propria realizzazione. Questo rapporto nelle diverse epoche è andato in crisi producendo strane dinamiche e incongruenze, che si palesano in modo eclatante nell’approccio alle scelte lavorative di oggi.

È quella che nel libro lei chiama la divisione del lavoro sociale e il paradosso della scelta.
Con l’avvento della modernità si sono moltiplicati i ruoli lavorativi disponibili e quindi la possibilità per tutti di trovare il proprio posto, di costruire la propria identità ma anche nuove problematiche. Émile Durkheim è tra i primi ad indagare tempi e processi della specializzazione, definendola un «fenomeno biologico generale, che trascina nella medesima direzione l’intero mondo vivente», una differenziazione costante e naturale che muove ogni realtà vivente. Ma porta alla realizzazione, alla felicità? Se la felicità fosse il motore di questo processo dovremmo vederla aumentare con le possibilità di scelta. Invece «diminuisce e in proporzioni gravissime proprio nel momento in cui la divisione del lavoro si sviluppa», prova ne è che i tassi di suicidi sembrano accrescersi man mano che l’industria, le arti e le scienze progrediscono. Trovare il proprio posto nel mondo allora non coinciderebbe con la realizzazione piena di sé, con la felicità, ma con l’occupare il posto che la società prevede per renderci utili. Amplificando la gamma di scelte inoltre, avverte la psicologia sociale, si amplifica la possibilità che si incorra nel rammarico ogni volta che un’alternativa si rivela migliore della decisione presa, e che si perda il valore, la capacità di apprezzare il posto che si è trovato. Insomma, l’uomo vive un paradosso: è biologicamente impreparato per il numero di scelte che deve affrontare nel mondo moderno.

bellini-il-mio-posto-mondadori-copertinaCos’è diventato il lavoro oggi?
Il lavoro oggi ha perso la sua funzione di sostentamento per diventare un mezzo per realizzare la propria persona. Intervistati sulle ragioni del lavorare (indagine Eicahrdus e Smits, 2008), il 38 per cento dei giovani definisce il lavoro un «dovere», il 46 per cento una «attività necessaria per evitare la vergogna di vivere fuori dal benessere» e l’86 per cento degli intervistati concorda che esso sia «una condizione fondamentale per l’autorealizzazione». Queste risposte, oltre a sottendere il rischio che i giovani si dimentichino che il lavoro non è gratis, portano anche a una strana equazione: se una persona è costretta a lavorare per mangiare, significa che vive in una situazione di semi-indigenza per cui è portata a provare vergogna. Non solo, persi nel moltiplicarsi esorbitante delle opzioni e delle attese di cui è stato caricato, non è più il lavoro “in generale” a nobilitare l’uomo, ma solo “quello specifico lavoro”, il “mio”. Se quel lavoro mi è impedito allora la mia vita è inutile. Pensiamo al fenomeno della disoccupazione volontaria: il caso dell’Ilva di Taranto e degli operai che difendono il proprio posto in fabbrica ha riproposto drammaticamente lo scarto tra la concezione realizzativa di chi rifiuta un lavoro giudicato inadatto e quella sostanziale, di sostentamento, dell’attività lavorativa. In questo quadro di crisi dovremmo recuperare la dimensione sostanziale, l’unica che ci permette di ritrovare una dimensione realistica rispetto alle attese: l’uomo non è riducibile al lavoro che fa, altrimenti il lavoro diventa ideologia, e l’ideologia dimentica l’uomo.

Quando il lavoro ha smesso di essere sostentamento diventando realizzazione?
Il superamento della concezione classica, che considerava il lavoro come punizione o obbligo per chi non poteva vivere di rendita, avviene col cristianesimo, ma più radicalmente con la concezione del mondo calvinista con la quale fede e lavoro, osserva Max Weber, stringono un inedito “patto di ferro”: la teoria della “predestinazione” mette l’uomo nella condizione ansiogena di trovare nelle azioni che compie un segno della decisione divina rispetto al suo destino, le opere diventano così «il mezzo tecnico non per ottenere la salvezza, ma per liberarsi dall’ansia per la salvezza». La riuscita del lavoro, in sostanza, non solo nobilita, ma anzi salva l’uomo. Anche questo sistema tuttavia presenta l’aspetto irrazionale di non essere costruito per la felicità e il godimento delle persone, il guadagno diventa lo scopo e non il mezzo per soddisfare il bisogno materiale; il professionista non gode dei suoi beni ma li investe, continuamente; l’altro diventa un estraneo, un potenziale competitor e da trattare con le dovute distanze. L’uomo è rimasto solo.

Una credenza, scrive nel saggio, è ancora un collante indispensabile per sostenere il sistema. Ma credere in che cosa?
Oggi la certezza della nostra azione sociale è quasi esclusivamente motivata non dalla fede ma dalla fiducia nel sistema, facciamo cioè affidamento su una sorta di affidabilità del sistema che non dipende dalle nostre motivazioni: gli aspiranti medici che ho intervistato mi hanno detto che «i posti a Medicina sono così pochi che se sono stato ammesso significa che quella è la mia strada, sono “chiamato” a fare quel mestiere», in caso contrario «significa che quella non è la mia strada, quindi non sento venir meno nulla». Il test di Medicina, un test che tutti sappiamo quanto è male strutturato, diventa così il mezzo per verificare la propria vocazione.

Individuate le radici storiche, come si recupera in questa confusione una dimensione umana del lavoro?
Dobbiamo tornare alle tre radici realizzative dell’io, perché quello che il sistema professionale sta perdendo è una proprietà specifica dell’azione umana. Cito un esperimento condotto al Max Planck Institute dove, osservando il comportamento delle scimmie antropomorfe e quello dei piccoli d’uomo, è emerso un “gene comportamentale” esclusivamente umano: i bambini neonati sono capaci di gesti di altruismo, di indicare gratuitamente il cibo o i beni agli altri. Le scimmie no, dal che si deduce che è la partecipazione, e non le ricompense esterne, a motivare l’uomo fin dalla nascita, senza alcuna educazione e influenza. Se il lavoro vuole essere umano non può dimenticare questa dimensione iscritta nella biologia e ormai demandata esclusivamente al “buon cuore” della gente. Un sistema che non valorizza culturalmente, economicamente, questa dimensione di gratuità o altruismo non è un sistema umano, perché la persona umana non può trovare compimento in se stessa se non con il raggiungimento della propria realizzazione con gli altri e per gli altri. Recenti ricerche sulla felicità hanno dimostrato infatti che non esiste correlazione tra condizioni di vita e di lavoro e soddisfazione espressa dalle persone. Se i soldi dunque non fanno la felicità, cosa può farlo? Le relazioni. Un altro che diventa un bene per me. L’io “che viene chiamato”, appunto. La seconda radice, l’io che opera, ci impone di tornare all’etica artigiana del lavoro ben fatto, quella che il poeta Charles Péguy raccontò spiegando che una sedia doveva essere ben fatta non «per il padrone»: «Non si trattava di essere visti o di non essere visti. Era il lavoro in sé che doveva essere ben fatto». L’opera in definitiva non è sinonimo di cose grandi, ma di cose utili al proprio e all’altrui bene: solo così ogni lavoro può farsi opera e dare dignità a chi lo compie.

Terza radice: l’io che crede.
Dobbiamo spogliare di sacralizzazione “quel certo tipo di lavoro”: la possibilità di scegliere ciò per cui ci si sente portati e pieni di talento sta assumendo i contorni di una patologia postmoderna. Provocatoriamente potremmo affermare che il nostro posto è quello in cui siamo, nella possibilità che abbiamo di realizzare il bene comune, il che contempla e apre tutta un’altra prospettiva anche sulla possibilità di cambiare posto di lavoro. Realizzare sé comporta realizzare infatti anche le relazioni che ci costituiscono, superando le concezioni del mondo, la tentazione di vedere il meglio ora, adesso, piegando la realtà a un nostro progetto. Con la stessa fede, fiducia dei manovali medievali che cominciavano opere monumentali senza la sicurezza di vederle compiute. Da questo nuovo paradigma scaturisce l’esperienza della gratitudine, per i beni che abbiamo, e anche la possibilità del perdono, come apice di perfezione del gesto umano. Ci vuole una grande educazione dell’umano che rimetta in moto il suo io. Molti anni fa feci ascoltare un brano composto da me a don Luigi Giussani, poi gli dissi: «Ho studiato per diventare Mozart ma di Mozart il mondo oggi non ha bisogno». Mi rispose: «Nella vita ci sono le opportunità e le necessità. Il mondo crede che sia sulle prime che ci si realizza. Invece è il contrario. Devi mettere ordine nella tua vita. Primo, la tua famiglia; secondo, le tue responsabilità verso la Chiesa e verso il mondo; terzo: quello che rimane. Sono le prime due che devono diventare musica».

Foto vestito da Shutterstock

  •  
  •  
  •  
  •  
  •  
  •