Il Corriere ha perso la memoria a breve termine

Attacca la “sanità modello” lombarda, ma dimentica cosa scriveva il suo direttore. Dobbiamo considerare anche lui un “untore”?

Ricevo via mail la rassegna stampa serale del Corriere della sera, curata da Gianluca Marcuri. L’esordio di quella del 9 aprile 2020 suona così: 

«Bentrovati. Oggi due cosucce sul capitalismo, che è un caro amico da provare a trattenere quando guida troppo veloce. Come vigile che gli intima l’alt è perfetto Gaël Giraud: particolarmente consigliato ai politici del più grande focolaio di coronavirus dell’Occidente, la Lombardia, la cui “sanità modello” decantata per vent’anni si è sgretolata in venti giorni e ha appestato l’Italia». 

Il riferimento è a un lungo, universale, dotto fin quasi all’onniscienza, articolo dell’ex banchiere francese, ora economista e gesuita, apparso una settimana fa sul sito della Civiltà cattolica.

Ma quel che preme è l’appello ai politici lombardi, responsabili di un modello sanitario trattato come un relitto e per di più accusato di aver appiccato la peste in tutto il Paese, come gli untori di secentesca memoria.

C’è chi governa, c’è chi lavora, c’è chi combatte e c’è chi scrive. Niente di male in questo. Ma proprio chi scrive dovrebbe avere, almeno per dignità, un po’ di memoria, basta quella a breve termine, nei confronti di quel che il giornale per cui lavora ha sostenuto poche settimane fa.

Il direttore del Corriere, Luciano Fontana, scriveva così il giorno 28 febbraio, a pochi giorni dalle prime notizie di contagio provenienti da Codogno: 

«È il momento di dire basta a quei comportamenti, a quelle decisioni, a quegli allarmi che hanno creato panico e che rischiano di provocare danni che pagheremo per tanto tempo. È stato lanciato l’hashtag #Milanononsiferma, rappresenta ognuno di noi. Anzi è tutta l’Italia che non deve fermarsi e ripartire».

E ancora: 

«L’Italia ha fatto analisi molto estese con i tamponi, almeno fino a giovedì scorso. Con trasparenza ha fatto conoscere la progressione dei contagiati. Non distinguendo tra positivi e malati, forse ha generato ansia anche in situazioni come quella della signora di Vo’ dimessa dall’ospedale dopo un periodo di isolamento: “Stavo benissimo, non ho avuto neppure una linea di febbre», ha raccontato al nostro Marco Imarisio. Francia e Germania si sono comportate diversamente e non sono diventate un caso a livello internazionale dove gli italiani sono trattati come i “nuovi untori”».

Evidentemente, questa degli untori deve essere una fissazione dalle parti di via Solferino.

Dopo aver stigmatizzato vari comportamenti poco opportuni, tra cui «le uscite improvvide come quella del premier sulla sanità lombarda» (quindi anche il Corriere ha contribuito ad alimentare il “mito” del “modello lombardo” che oggi ripudia con indignazione?), il direttore Fontana constata che 

«la ragionevolezza delle dichiarazioni degli esperti hanno fatto fatica a fare breccia. In particolare quelle che ci raccontavano un virus da cui si guarisce senza gravi problemi nell’80-90 per cento dei casi (sono 45 le persone che l’hanno già superato), molto contagioso ma con un tasso di mortalità bassissimo e legato spesso a patologie concomitanti, come avviene nel caso dell’influenza. Un’epidemia seria, da circoscrivere e controllare, visto che non abbiamo ancora un vaccino, con la consapevolezza però che non siamo di fronte alla peste o a ebola. Credo che tutti sappiano ormai esattamente quali siano i rischi».

Lasciando perdere una piccola incongruenza nella concordanza tra soggetto e verbo, ci avviamo verso la conclusione: 

«Per le strade del Nord si incontrano solo cittadini, imprenditori e amministratori che vogliono riprendersi la normalità delle loro vite, del loro lavoro, delle loro serate di incontro e di divertimento. È urgente verificare punto per punto (aziende, musei, cinema, incontri, scuole, eventi e così via) cosa è possibile far ripartire, con le dovute attenzioni, regolarmente. Chi è più competente di noi ci dica cosa è possibile fare e cosa no. Chi ci governa lo deve agli italiani che non hanno voglia di vivere in un “mondo sospeso”».

Certo, erano i primi giorni… non ci si poteva aspettare che… le cose che, a sentire Fontana, erano chiare, si sono rivelate molto più scure del previsto…eccetera eccetera…

Ma quando dalle colonne del Corriere si arriva a definire il testo di Giarud su Civiltà Cattolica «l’articolo definitivo sul mondo pre e post virus», qualche dubbio viene, considerando la rapidità con cui le certezze espresse dal principe dei giornali italiani si siano, come dire, «sgretolate» all’apparir del vero.