Ho scoperto Abel Ferrara durante una maratona notturna messa in piedi da alcuni cinefili arrembanti e un po’ tossici in un cineclub di periferia a metà anni Novanta. La notte di Abel era articolata in modo semplice: entravi al cinema alle 7 di sera e ne uscivi alle 7 del mattino. C’erano anche i croissant in omaggio, credo. Comunque fu una grande esperienza formativa, un po’ per la fauna presente, ma soprattutto per i titoli proposti. I migliori di Abel: King of New York, Il cattivo tenente, The Addiction e, il mio preferito, The Funeral, rititolato poi infaustamente dalla distribuzione italiana con il misero Fratelli. Il critico che aveva organizzato il tutto e che poi divenne mio grande amico mi disse che le storie più belle dei film sono quelle che stanno dietro ai film. E aveva ragione. Non so se è una storia bella, però è una storia da film quella che sta dietro a una pellicola maledetta e difficile come Il cattivo tenente di Abel Ferrara, che nel maggio scorso ha compiuto 30 anni.
Il contributo di Nicholas St. John e Zoë Lund
In quel fatidico maggio francese in cui venne proiettato al Festival di Cannes, il regista italoamericano non lo conosceva quasi nessuno. Giusto uno sparuto gruppo di cinefili che negli anni Ottanta bazzicava il cinema underground newyorkese dove Ferrara si era fatto le ossa, dapprima imboccando la strada del porno, con un titolo ineffabile e intraducibile come 9 Lives of a Wet Pussy, poi dandosi all’horror splatter (The Driller Killer), fino ad arrivare ai grandi drammi dostoevskiani de L’angelo della vendetta, China Girl e soprattutto quella discesa agli inferi che è King of New York, con Christopher Walken boss metropolitano in cerca di una redenzione impossibile. Poi, appunto, Il cattivo tenente e almeno altri due capolavori sommi degli anni Novanta, The Addiction e Fratelli, per chiudere l’esperienza con Blackout e scendere negli abissi – questa volta dell’ispirazione cinematografica – negli anni Duemila, con un film più imbarazzante dell’altro.
La grandezza di Ferrara e dei suoi film migliori sta innanzitutto nei suoi due collaboratori più importanti. Di Nicholas St. John, pseudonimo del più prosaico Nicodemo Oliverio, si è già scritto molto: sceneggiatore cattolico giansenista, firma i dialoghi dei film migliori di Ferrara (ma non quelli de Il cattivo tenente), dentro cui porta interrogativi religiosi sulla vita, la fede, il significato della morte. Dialoghi genuinamente religiosi messi in bocca a gangster, stupratori, ladroni, poliziotti corrotti. La tensione dei grandi film ferrariani sta tutta nella ricerca spasmodica di una luce nell’oscurità da parte di personaggi che paiono però stretti in una morsa cupa del Fato. L’altro grande personaggio è Zoë Lund, modella, sceneggiatrice e attrice esordiente in L’angelo della vendetta, dove interpretava una ragazza muta violentata e poi in cerca di una vendetta che però aprirà drammaticamente voragini esistenziali. Lund, prima di morire per overdose a metà degli anni Novanta, è anche autrice dello script per Il cattivo tenente, dove condensa tutta la sua inquietudine esistenziale.
Come nei romanzi di Dostoevskij
La vicenda è nota. Un poliziotto corrotto e senza nome (Harvey Keitel alle prese con una performance talmente mimetica da non ricordarsi nulla della lavorazione del film, a causa degli stravizi sul set) va in crisi quando deve indagare sullo stupro di una suora. Lo turba non tanto lo stupro in sé, quanto il perdono incondizionato della donna. Così prova a cambiare vita, ma non è facile e la sua esistenza che, come nei romanzi di Dostoevskij, è lastricata di cadute, debiti di gioco, morti ammazzati, pare un vero e proprio inferno sulla terra. Fino alla scena madre: l’apparizione di un Cristo sanguinante e muto in chiesa (e interpretato da un cantante punk amico della Lund).
Il film sconvolse tutti e sconvolge ancora (lo trovate in una versione non censurata su Prime Video): un po’ per l’ambientazione davvero sordida e insostenibile in cui si articola la vicenda, un po’ per quel grido, che pare una bestemmia, del poliziotto cattivo davanti a Cristo che non parla. Si mostra ma non parla, non dice nulla. Però sembra piangere. Un po’ per quella inquietante sovrapposizione tra finzione e realtà per cui Keitel e compagnia non utilizzavano controfigure nelle scene di droga, tra cui quella terribile del “buco”.
Fu uno choc seguìto, come dicevamo, da altri due grandi film. The Addiction è un horror filosofico girato in uno splendido bianco e nero che segue da vicino la dipendenza di una giovane vampira assetata di sangue. Il vampirismo è una chiara metafora, la vicenda molto dura, dominata da un’inquietante Lily Taylor, è sia una cronaca senza sconti di quell’altra dipendenza, quella dalla droga, sia l’ennesima discesa agli inferi di un personaggio in lotta contro un Male interiore che lo corrode nel profondo. Fratelli è il più scorsesiano dei film di Ferrara: una tragedia eschilea con al centro la famiglia Tempio, drammaticamente segnata dalla morte di Johnny, il figlio minore. I due fratelli, interpretati da Chris Walken e Chris Penn, più che cercar vendetta si interrogano sul Fato che non lascia scampo, sulla necessità del Male e sulla possibilità della Grazia. È un capolavoro, meno sporco e radicale del Cattivo tenente, ma denso di richiami anche formali al teatro classico.
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