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Il caso della bimba londinese e gli affidamenti in Italia. «Serve un rapporto educativo»

agosto 31, 2017 Francesca Parodi

Intervista a Marco Mazzi, presidente nazionale di Famiglie per l’Accoglienza, e Massimo, che ha accolto due bambine marocchine

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Il caso della bambina inglese affidata alla famiglia di musulmani integralisti (e ora alla nonna) ha suscitato scandalo, ma anche molte perplessità, e ha dato avvio a un dibattito pubblico sugli affidi interculturali, sulle loro opportunità e modalità. Benché l’attenzione generale si sia concentrata su un caso eclatante, ci sono diversi altri esempi di accoglienza multietnica riuscita. Uno di questi è quello della famiglia italiana e cattolica praticante di Massimo, che da tre anni accoglie due bambine italo-marocchine (di otto e nove anni al momento dell’affido), originariamente musulmane poi convertitisi al cristianesimo. Massimo racconta a tempi.it che il padre delle due piccole, italiano e agnostico, si trova in carcere con l’accusa di violenze domestiche, mentre la madre, marocchina e musulmana, al momento dell’affido, era gravemente malata. «Il fatto che solo la madre fosse di fede islamica ha fatto sì che le bambine crescessero in un ambiente religioso moderato e questo ha facilitato molto la loro integrazione nel nuovo ambiente», spiega Massimo.

ACCOGLIENZA. La sua famiglia è abituata ad accogliere nuovi arrivati, infatti Massimo e la moglie avevano già adottato una bambina italiana che ora si è trovata con due compagne di giochi in più. L’affido, chiarisce subito Massimo, è diverso dall’adozione: nel primo caso si tratta di un’accoglienza temporanea, in cui la famiglia ospitante funge da supporto a quella d’origine, mentre nel secondo la famiglia ospitante si sostituisce a quella originaria. «Nel nostro caso, le bambine mantenevano regolari contatti con la madre, mentre, per ovvie ragioni, non vedevano il padre». In circostanze particolarmente gravi, gli incontri con i genitori naturali possono essere mediati dai servizi sociali in luoghi terzi.

RISPETTO. L’appartenenza religiosa delle due bambine non è stato un problema per la famiglia di Massimo. «Abbiamo rispettato la loro provenienza culturale. D’altronde, l’affido, e ancora di più l’adozione, implicano l’accoglienza di una diversità sostanziale, in tutti i casi». Le bambine non erano praticanti e «hanno sempre vissuto all’interno di un contesto sociale tradizionalmente cristiano. La madre, anzi, le portava spesso in oratorio per farle giocare con gli altri bambini». Non si poneva quindi la questione dei precetti alimentari o l’obbligo delle preghiere durante il giorno, al massimo, prima dell’affido, le vacanze estive rigorosamente in Marocco per andare a trovare la nonna. La stessa madre si era distaccata dalle pratiche islamiche durante il periodo della malattia.

CONVERSIONE. La situazione però è cambiata con la scomparsa della mamma: in punto di morte, la donna ha voluto convertirsi al cristianesimo. «Allora anche le bambine hanno chiesto di abbandonare l’islam, essere battezzate, ricevere la comunione e la cresima» racconta il nostro interlocutore. «Ad essere sincero, trattandosi solo di bambine, questo loro cambiamento può essere letto anche come un desiderio di entrare totalmente a far parte della comunità a cui sentono di appartenere. Ma ovviamente solo Dio conosce l’intimità di una persona. Se una volta cresciute decideranno di tornare indietro, sono libere di prendere le loro decisioni».
Nel frattempo, la speranza di Massimo e della sua famiglia è quello di poter adottare le due bambine rimaste orfane di madre. Recentemente, infatti, per decisione del Tribunale, è decaduta la patria potestà del padre. Massimo conosce molte altre famiglie che, come la sua, hanno vissuto l’esperienza dell’affido e assicura che i servizi sociali e i tribunali italiani prestano massima attenzione al contesto non solo religioso, ma culturale, in cui il bambino verrà inserito, valutano la possibilità di accedere al sistema scolastico e all’attività sportiva, e nel caso il bambino sia in gravi condizioni di salute tengono in considerazione le capacità infermieristiche delle famiglie affidatarie.

IN ITALIA. «Per mia esperienza, posso dire che le attenzioni riservate a questi bambini sono davvero numerose». Lo conferma a tempi.it Marco Mazzi, presidente nazionale di Famiglie per l’Accoglienza: «In Italia c’è il massimo rispetto per la cultura d’origine del bambino. È fondamentale per il bene del bambino, che comunque vive un’esperienza traumatica, la collaborazione tra i servizi sociali, da cui parte l’input dell’affido, la famiglia affidataria e quella d’origine». Le difficoltà, spiega Mazzi, si possono riscontrare con bambini provenienti da culture con un’identità fortemente caratterizzata, per esempio quella islamica o rom: «È capitato che alcune famiglie non volessero che i loro figli dati in affido frequentassero la scuola dell’obbligo perché, per loro tradizione, non la ritengono importante. In questi casi, serve un percorso di confronto e di aiuto. Tenendo però sempre presente che la famiglia d’origine è imprescindibile perché rappresenta le radici del bambino. Il rispetto per la famiglia è la prima cosa che dobbiamo insegnare ai piccoli».
D’altra parte, ripete Massimo, «fa parte dell’esperienza dell’affido avere a che fare con una diversità più forte rispetto a quella che si ha con i figli naturali. La parola “accoglienza” mi sembra azzeccata proprio perché ricorda che si ha a che fare con una persona che improvvisamente entra nella tua vita e tu non puoi avere la pretesa di cambiarla a tuo piacimento, ma devi instaurare con lei un rapporto educativo, di guida e al contempo di rispetto».

Foto da Shutterstock

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