Il carcere è un tempio laico

Intervista a Enrico Sbriglia, Dirigente Generale – Provveditore Regionale dell’Amministrazione Penitenziaria del Triveneto

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Provveditore, nel 2018 abbiamo contato 63 suicidi nelle carceri italiane, 20 volte quelli registrati nell’intera popolazione italiana (si uccide 1 persona detenuta su 1.000 a fronte di 1 persona libera su 20.000): quali sono i fattori scatenanti a suo parere e quelli invece di resilienza?

Ogni suicidio di una persona detenuta è una storia tragica a sé, è una sconfitta con tanti perdenti, soprattutto quando una persona detenuta che giunga a tali conclusioni vi pervenga dopo avere riflettuto sulla propria storia criminale, sugli eventi che ne sono derivati sulle vite dei propri cari, così come su quelle di quanti, vittime della sua condotta, abbiano subito conseguenze gravi e irrimediabili. Liquidare il tutto come una mera conseguenza della carcerazione e del sistema penitenziario è ingiusto e semplicistico, ed è astutamente assolutorio e fuorviante, soprattutto per quanti, semmai, allorquando avrebbero potuto aiutare e/o sostenere in qualche modo il ristretto, sia per affetto familiare e/o mandato sociale e istituzionale, e quindi per obblighi giuridici, abbiano invece preferito voltare il capo altrove. Spesso dietro una storia di carcerazione vi sono famiglie che non sono più famiglie, scuole che non sono più scuole, amicizie che non sono più amicizie, ma le culture della violenza, della prevaricazione, della furbizia, dell’egoismo in tutte le sue maschere. L’evento tragico, l’ultima cosa che accade, non necessariamente è la prima all’interno di una catena di avvenimenti. Ciononostante gli operatori penitenziari, e tra questi proprio i poliziotti penitenziari, che anche come incidenza numerica e presenza costante nel corso di giornate che non si fermano mai alla ventiquattresima ora, sono proprio quelli che intuiscono, soccorrono, salvano il detenuto, e lo fanno spesso, forse fin troppo spesso, al punto che la società delle belle parole non ci fa più neanche caso e se lo fa è solo per peloso formalismo. Il carcere non è un luogo di divertimento bensì è un tempio laico ove si sacrifica ogni giorno la libertà, ma alternative vere non ve ne sono e chi dice il contrario imbroglia. Proprio perché è un tempio, non può essere banalizzato e nemmeno trasformato in un raccoglitore di ogni problematicità. E’ fatto per le cose serie, per i reati seri, non per la paccottiglia penale che si gonfia di una visione criminale per ogni criticità sociale.
Oggi le carceri italiane, nonostante il continuo attacco strumentale che subiscono da anni da parte di quanti non vogliono la pena per se stessi e la invocano per gli altri, paradossalmente possono offrire scampoli di recupero sociale e di speranza, e se questo avviene è perché gli operatori penitenziari hanno imparato a diffidare delle mode e sanno guardare, semplicemente e con rigore morale, le persone ad essi affidate. Forse anche per questo da tempo pagano, sul piano dell’apprezzamento sociale, un duro prezzo perché è facile, ed anche canagliesco, attribuire ad essi le colpe semmai di una giustizia velata: essi, infatti, hanno la sola colpa di capire, vedere ed invecchiare.

Libero ha recentemente pubblicato i dati forniti dal Sindacato Autonomo Polizia Penitenziaria (Sappe). I poliziotti penitenziari nel primo semestre del 2018 hanno sventato 585 tentativi di suicidio da parte dei ristretti e sono intervenuti per bloccare 5.157 atti di autolesionismo Nel 2017 le morti volontarie evitate furono 1.135, gli atti di autolesionismo 9.510; l’anno precedente le prime furono 1.011, i secondi 8.586. C’è una escalation di episodi critici? Ha degli episodi da raccontarci?

Maggiore è la capacità di perseguire gli autori di reati, in specie quelli violenti e predatori, maggiore diventa il numero di quanti saranno accolti nelle nostre carceri: è inevitabile !
Maggiore è la confusione europea nella gestione dei flussi immigratori, maggiore sarà il numero dei detenuti, in specie stranieri; maggiore è il numero di quanti non siano presi in carico dai servizi di salute mentale e da quelli delle tossicodipendenze, maggiore sarà il numero di coloro che potranno occupare spazi già misurati nelle nostre carceri, carceri in sofferenza, carceri ove si sta facendo uno sforzo corale e straordinario da parte di tutti i responsabili a diverso livello per assicurare una misura adeguata tra superfici e numero di “abitanti per forza”. Non sempre si può sostenere una ragione di causa ed effetto, non sempre la carenza di spazi corrisponde ad un tradurre in termini di durezza e disumanità il vivere carcerario, ma sicuramente assicurare spazi e locali dignitosi fa bene e fa sentire meglio tutti, compreso quanti non per colpa o presunta colpa ne sono ospiti, ma semplicemente per lavoro e missione sociale, al fine di contribuire a fare e migliorare la sicurezza del Paese.

Se nel 2018 si sono suicidati 65 detenuti, negli ultimi tre anni 55 poliziotti. E dal 2000 ad oggi sono stati oltre 110. L’ultimo episodio risale alla prima settimana di gennaio: un assistente capo di 41 anni, padre di due bambine, originario di Cagliari e da diversi anni in servizio presso il carcere di San Vittore a Milano, si è sparato. Esiste un “mal di vivere”, il tarlo autolesivo della perdita di libertà colpisce anche il personale?

La sofferenza come il riso ed il sorriso sono espressioni del vivere umano, capaci di contagiare quanti ne siano a contatto, e questo credo che riguardi tutte le professioni più difficili ed estreme, talché non è quel che afferma qualcosa da sottovalutare, però neanche si può generalizzare e considerare come verità assoluta. Occorrerà anche questa volta entrare caso per caso, storia per storia, profilo per profilo. In ogni caso, però, pure al fine di fugare per un verso tali preoccupazioni o, al contrario, porre in essere delle puntuali strategie di contrasto e contenimento, sarebbe per davvero utile e necessario immaginare l’introduzione nel Corpo della Polizia Penitenziaria di figure specialistiche di psicologi, così come anche di medici. In un Corpo di Polizia, il potersi rivolgere, per un sostegno, a chi indossi la propria uniforme sarebbe cosa che agevolerebbe il chiedere aiuto o l’indirizzare ad un aiuto, oltre al fatto che con tali professionalità se ne potrebbe considerare anche un utilizzo tempestivo e competente pure nel profilare le personalità di detenuti ritenuti più pericolosi nell’ambito delle attività istituzionali di osservazione. Sono certo che su tali esigenze si stia già da tempo ragionando anche a livello di governo, pure per venire incontro ad aspettative oramai comuni ed esortate tra la generalità degli operatori penitenziari. Oggi, a causa della penuria di organico, accelerata dagli inevitabili pensionamenti, gli operatori penitenziari tutti, sia quelli della Polizia Penitenziaria che degli altri ruoli e comparti, vivono una situazione obiettivamente difficile e alla quale occorrerà porre con ogni urgenza rimedio. Modelli nuovi di metodologie di sorveglianza, con troppa disinvoltura mutuati da altri sistemi penitenziari, senza che però prima si adeguassero le strutture carcerarie le quali, proprio nella identità territoriale hanno le ragioni dei propri perché, ancorché occorra promuovere standard e modelli omogenei e quindi più comprensibili, hanno messo alle corde gli uomini e le donne della polizia penitenziaria, costretti ad operare in un contesto di rapporto numerico tra singolo poliziotto e detenuti che credo non abbia pari. Ciò certamente non contribuisce ad essere sereni e non occorre essere predittivi per le conseguenze che potrebbero derivarne sul piano della tenuta psicologica.

Lo scorso anno, dopo i fatti di Rebibbia, il presidente dell’Associazione Giovanni XXIII, Giovanni Paolo Ramonda, ha fatto un appello affinché le madri detenute e i loro bambini possano essere accolti all’interno di case famiglia per consentire ai minori di vivere in una dimensione diversa da quella del carcere. Lei come vede questa possibilità?

Le carceri, anzi gli ICAM, strutture carcerarie a dimensione di bambini, ove ospitarli con le loro madri, non sono la produzione autarchica di una volontà degli operatori penitenziari, bensì la conseguenza di precise previsioni normative che ne impongono la costituzione. Che si cerchino o meno altre soluzioni è qualcosa che appartiene alla sfera del legislatore, però mi faccia dire che sul tema dei bambini in carcere e della doverosa tutela da rivolgere agli stessi i dibattiti, sia tra la gente comune che nei saloni dotti e di confronto sociologico serrato, sono diversi e non di rado contrapposti. Quello però che si dovrebbe evitare è di trasformare il bambino innocente in merce di scambio per eludere responsabilità personali di quante donne delinquono e di quante, detenute, se ne rammarichino e se ne ricordino solo appena dopo la commissione dei reati, semmai schermendosi con i delicati corpi degli innocenti. In ogni caso, credo che sarebbe giusto e ragionevole osservare caso per caso, storia per storia anche in queste circostanze, preferendo di default soluzioni alternative al carcere quando tanto non pregiudichi, concretamente e non virtualmente, la sicurezza della collettività e quando non si rischino inquinamenti processuali o il reiterarsi degli stessi reati. Il Diritto Penitenziario in Italia ha sempre una natura sperimentale, è una scommessa: andrebbe sempre inteso come il Diritto del possibile, prudente, rigoroso ma possibile, e non come quello del No a prescindere.

A fronte di un esasperato sovraffollamento si registra anche carenza di personale e di offerta di formazione professionale che coinvolge una percentuale bassissima di detenuti (Antigone parla del 4,8 per cento). Come se ne esce? La soluzione è investire nella costruzione di nuovi istituti di pena o in misure alternative al carcere? 

Ogni tipo di pasta ha i suoi tempi di cottura; perdoni l’esempio modesto che mi permetto di fare per cercare di essere semplice e chiaro. Non esiste una risposta unica sanzionatoria nel nostro sistema, anzi, è forse proprio la ricchezza, il ventaglio, delle soluzioni, anzi dei diversi formati della pena, detentiva o alternativa, per richiamare l’esempio culinario, che consente al nostro ordinamento di poter essere per davvero efficace. Che occorrano nuove, moderne e dignitose carcere è sicuro, ma esse andrebbero bene distribuite sul territorio e dovrebbero tener conto delle possibilità di recupero dei condannati allorquando essi ne risultino meritevoli. Ma le possibilità devono essere concrete, non effimere, possibilità e non certezze, perché la libertà responsabile deve essere comunque accertata e non derivare da semplici automatismi e tecnicalità giuridiche di favore tout court. Insomma occorre esser seri da parte di tutti. Infine le carceri non devono essere città, ma borghi, community, luoghi dove sei visto e vedi, dove non sei un numero tra tanti. Il rischio dei grandi circuiti sono proprio i cortocircuiti. D’altronde è la stessa legge penitenziaria che induce a tanto, basti riflettere sull’art. 5, n. 1 della Legge Penitenziaria che recita: “Gli istituti devono essere realizzati in modo tale da accogliere un numero non elevato di detenuti o internati.” Circa poi il lavoro, non si possono fare generalizzazioni. Vi sono realtà territoriali che investono nel carcere del lavoro e della formazione. Penso ad esempio al Friuli Venezia Giulia, dove la Regione investe risorse importanti con i finanziamenti europei, assicurando la possibilità di formazione professionale per lavori spendibili non solo sul territorio ma anche altrove. Così come non posso esimermi dal citare il Veneto, esigente sui temi della sicurezza ma altrettanto concreto con il suo mondo imprenditoriale, il quale non si spaventa delle carceri e che nelle carceri, soprattutto attraverso le cooperative sociali, porta lavoro e redditi veri per i detenuti impiegati i quali, per usare un termine sportivo, devono per davvero pedalare ed impegnarsi se intendono continuare ad usufruire di opportunità di lavoro. Catering, manifatturiero anche di qualità, pasticceria e gelateria, servizi di call center, moda e accessori, orti, attività febbrili, sono solo alcune delle tante iniziative imprenditoriali presenti nelle carceri del Veneto. Se si vuole si può, e questo principio vale per tutti, nessuno escluso.

Il  ministro della Giustizia, Alfonso Bonafede, in visita a Solicciano, ha annunciato per il 2019 l’assunzione di circa 1.300 agenti di polizia penitenziaria e lo sblocco di risorse per il piano carceri pari ad almeno 70 milioni di euro. Quali sono le urgenze a cui rispondere immediatamente? Ci sono dei progetti a suo parere interessanti, che potrebbero rappresentare un modello da seguire e valorizzare?

Quello dell’assunzione di nuovi poliziotti penitenziari e di altre figure professionali è il modo concreto attraverso il quale si mostrerà credibile cura ed attenzione verso il Corpo e verso tutti gli operatori penitenziari, ancor di più ove si andasse ad immaginare, in una salvifica ipotesi di reingegnerizzazione della polizia penitenziaria, l’assorbimento di qualifiche professionali oggi relegate nel contesto delle cosiddette funzioni centrali, alias, del pubblico impiego generalizzato, pur appartenendo ed essendo espressione esclusiva dell’amministrazione penitenziaria: esse sono in realtà fondamentali nel contribuire alla sicurezza pubblica ed alle strategie di recupero delle persone detenute, penso ai funzionari giuridico-pedagogici, alias educatori, ma anche agli altri importanti profili professionali di cui è ricca l’amministrazione penitenziaria, ad esempio le categorie professionali contabili e amministrative che operano all’interno delle carceri, ivi comprese quello dei nostri professionisti ingegneri, architetti, geometri, che hanno affinato competenze e capacità nel consentire ad un patrimonio immobiliare dedicato e spesso vetusto, per il quale certamente non si sono investite risorse adeguate per il suo perfetto mantenimento, di resistere e di assolvere alle proprie funzioni, anche ove si trattasse di antichi manieri, di conventi, di caserme, di complessi architettonici poi convertiti in istituti penitenziari. Genius loci dicono gli architetti, pietre che hanno le loro antiche storie, chissà che non sia vero e che per questo ci abbiano aiutato!
D’altronde, solo parafrasando, se esiste un genio militare, perché non dovrebbe esservi un genio specialistico della polizia penitenziaria ? Sarebbe però intuibile come risulterebbero velocizzate le procedure anche per la realizzazione di nuove opere e/o nella riqualificazione sistematica di quelle esistenti che, occorre pure ricordarlo, sono divenute nel tempo presidi di sicurezza e della cultura della legalità, non nemiche ma amiche dei territori e delle comunità locali, prova ne sia le tante e belle iniziative che ogni giorno sono realizzate nelle carceri italiane, anche se la penna del cronista preferisce la notizia noir e sanguinolenta, ma tant’è.
Da qualche tempo, in verità, mi confronto con gli operatori penitenziari di mezza Europa e non credo, sinceramente, che i giudizi negativi espressi nei riguardi del nostro sistema carcerario siano così meritati. Certo, forse manchiamo di estreme tecnologie, forse le nostre strutture, sempre sotto stress, affollate possono apparire meno patinate e splendenti di quelle dei Paesi del Nord Europa, dove vi sono capitali grandi quanto alcuni nostri popolosi quartieri, ancorché esse si sviluppino su superfici più estese confinanti con i ghiacciai perenni. Ho visto carceri dove le serpentine del filo spinato erano colorate come le sbarre, quasi da renderle graziose, innocue, ma il cemento, il ferro e l’assenza di contatti umani rendevano quelle scatole murarie prive di speranze o, perlomeno, questa era la mia forse errata sensazione.

Foto Ansa

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