Il campione misterioso lo ha indovinato Mattia: «E non per le parate, ma per sua moglie»

Diego Cavalieri era il calciatore mascherato. L’ha azzeccato un romagnolo trapiantato in Emilia, tifoso juventino che ha sempre avuto il mito di Baggio (ma i piedi di Montero)

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Le pagine del Resto del Carlino scorrono ancora nella sua memoria: «Difficile scordarsi di Diego Cavalieri: specie per la bellissima moglie che aveva… In città non si parlava d’altro». Il portiere brasiliano ex-Liverpool dalle parti di Cesena è ricordato più per le foto della bella compagna Daniela (modella brasiliana) che per le sue performance tra i pali. Per questo ha sorriso Mattia Boscherini, romagnolo doc, quando ha letto il campione misterioso pubblicato ieri: «E poi nel profilo si diceva che era stato la riserva di un mito: beh, ho pensato subito a lui, secondo portiere qui a Cesena alle spalle del grande Antonioli!». Show time: nella mente di chi aveva scritto la descrizione la leggenda in questione in realtà doveva essere Julio Cesar, di cui Cavalieri è riserva nel Brasile, ma la fede calcistica oltre ad essere cieca è pure comica, e sa produrre inconsapevoli battute.

INSEGUENDO IL NUMERO 10. Da un po’ di tempo però Mattia ha dovuto abbandonare la cara terra romagnola per un trapianto obbligato a Bologna, nell’odiata Emilia, terra dove lo hanno portato prima gli studi universitari poi il matrimonio. Il passaggio ha coinciso anche con l’addio alla carriera da calciatore nell’Ederbay, piccolo club forlivese in cui si è ritrovato a giocare fin da ragazzo, spinto da un amore, quello per i colori bianconeri, che in terra di Romagna significano sì Cesena, ma anche Juve: «Devo ammetterlo, sono gobbo, e fin da bambino ho ambito alla maglia numero 10: avevo il mito di Baggio e Del Piero».

GOMITATA ALLE COSTOLE. Ma la fortuna non gli ha sorriso del tutto: più che del Divin Codino, i piedi di Mattia ricordavano quelli di Paolo Montero, e in breve tempo il ragazzo si è ritrovato a fare il terzino: non che giocasse tanto, spesso doveva accontentarsi della panchina, però dal suo allenatore veniva apprezzato, sopratutto per lo spirito cordiale con cui viveva lo spogliatoio. «E un giorno mi fece addirittura un regalo: era in rotta con la squadra per lo spirito scialbo con cui entravano in campo, così per protesta assegnò al contrario i numeri delle maglie. Ai difensori finirono divise maglie degli attaccanti e così mi ritrovai finalmente con la numero 10. Fantastico, finalmente ce l’avevo addosso». Piccole soddisfazioni, ricordi però ormai lontani i chilometri che da Bologna ci vogliono per arrivare a Forlì. Il pallone di Mattia ora si è fatto meno agonistico, più un passatempo per buttar già qualche chilo che un impegno costante. Ormai è rimastosolo il calcetto con gli amici: sudato e sofferto, la scorsa settimana gli ha pure lasciato un fitto dolore alle costole. Contrasto troppo duro? «Macché, mi è finita una pallonata addosso e per sbaglio mi son tirato una gomitata da solo…».

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