Il Cagliari fa festa per il ritorno a Sant’Elia, che è una sconfitta per il calcio italiano

Diciotto mesi dopo l’ultimo match, oggi i rossoblù tornano a giocare nel vecchio stadio. Una parabola lunga un anno e mezzo che insegna una cosa: anche nel pallone in Italia chi vuole innovare rischia

Col match casalingo contro il Catania, il Cagliari torna a giocare oggi al Sant’Elia dopo 18 mesi e la notizia non può che essere accolta con gioia sull’isola. Perché un anno e mezzo senza una casa vera e propria si è fatto sentire nell’animo sfiduciato dei tifosi sardi, categoria che più ha pagato il lungo esilio dei rossoblù: ora attendono solo che la capienza ammessa allo stadio salga dai 5 mila attuali e torni a cifre più dignitose ed adatte alla Serie A. Eppure, tutta l’Odissea passata dalla squadra di Cellino è una sconfitta per il calcio di casa nostra, ingabbiato ancora in statalismo, vecchi sistemi e paura di rischiare.

PRIMA DOVEVA ANDARE AD ELMAS. Quando si paragona il polveroso campionato italiano con le brillanti leghe straniere si ripete costantemente un mantra ormai sempre più vuoto: «Servono nuovi impianti». È una delle formule più abusate, tanto quanto «bisogna far spazio ai giovani», «meno stranieri in Serie A», «serve la moviola in campo». Ma quando il Cagliari ha provato a ristrutturare la sua vecchia casa, abbandonando il Sant’Elia che cadeva a pezzi e cercando una nuova struttura, è stato un succedersi di bastoni tra le ruote: prima la scelta era caduta su Elmas, Cellino aveva acquistato il terreno per edificare un nuovo impianto lì, il progetto era già pronto con tanto di schizzi realizzativi esposti nelle bacheche della società. Ma la vicinanza con l’aeroporto cittadino ha costretto a virare verso Is Arenas, scommettendo sull’allargamento dell’impianto di Quartu Sant’Elena.

IS ARENAS, L’INCHIESTA. Ma anche lì il ritornello non è cambiato: una volta era la Lega, un’altra la Procura, un’altra ancora il Comune, si è messo in mezzo pure il Wwf. Divieti, turni a porte chiuse, aperture e successive marce indietro… Sono riusciti a tirare in ballo anche i fenicotteri dello stagno di Molentargius, infastiditi dalla luminosità dei fari dell’impianto.
La parabola si è conclusa con l’inchiesta ai danni del patron cagliaritano Cellino e la sua detenzione per tre mesi, accusato di tentato peculato e falso ideologico. L’inchiesta è ancora aperta, difficile capire se il presidente sardo è stato impeccabile in questi mesi, ma resta il fatto che il suo tentativo di creare un impianto bello, utile e all’avanguardia gli è valso solo problemi e noie legali.

SQUADRA SEMPRE IN TRASFERTA. Culminate con il divieto totale a far giocare il Cagliari a Is Arenas, il pellegrinaggio continuo verso il Nereo Rocco di Trieste e una squadra perennemente in trasferta. Meno di due settimane fa il capitano Daniele Conti minacciava lo sciopero a nome di tutti i suoi compagni: «Abbiamo giocato tre partite in una settimana, trascorrendo più tempo in aereo che a casa».
La decisione di tornare al Sant’Elia era stata presa quest’estate, ma per il ritorno effettivo bisognava aspettare una serie di lavori per mettere in ordine l’impianto: gli operai lavoreranno oggi fino a poche ore prima dell’inizio del match contro il Catania, per dare la possibilità ad almeno 5 mila tifosi di vedere la partita. Poi entro qualche settimana, si spera, i posti a sedere dovrebbero salire a 16 mila, e pure il settore ospiti dovrebbe essere dichiarato agibile. Dopo 18 mesi così, è legittimo per Cagliari festeggiare il ritorno al vecchio stadio. Ma ciò che è successo in mezzo ha il sapore amaro di una sconfitta.