I suicidi del Frisi e quello che siamo chiamati a mostrare ai nostri ragazzi

Gli educatori di In-Presa dopo il suicidio di due liceali a Monza: «Il problema non è “tirare gli studenti dalla nostra parte”, ma far vedere loro che la vita è data per qualcosa di grande»

Studenti all'ingresso di scuola

Pubblichiamo la lettera che gli insegnanti e gli educatori della scuola In-Presa di Carate Brianza hanno inviato ai genitori e agli studenti.

In questi ultimi giorni, sui giornali e sui social, ha avuto grande eco la tragica fine di due studenti del Liceo Frisi di Monza, morti suicidi.

Su questi due ragazzi non abbiamo proprio nulla da dire, come sui loro genitori e sui loro insegnanti: non li conosciamo, non sappiamo nulla sul perché del loro gesto e sul contesto in cui stavano crescendo, riteniamo che il solo atteggiamento ragionevole siano il silenzio e l’affidare le loro persone a Nostro Signore, l’unico che conosce fino in fondo il senso del vivere e del morire.

Queste due morti però ci interpellano profondamente perché rappresentano, in qualche modo, il sintomo di un disagio esistenziale, di una “fatica del vivere”, diffusi fra i giovani del nostro tempo. Siamo insegnanti in una Scuola Professionale e questo disagio lo tocchiamo con mano ogni giorno.

Allo stesso modo ci interpella il dato statistico che il suicidio, nel mondo, è la seconda causa di morte tra giovani e giovanissimi; in Italia circa 200 decessi per suicidio all’anno riguardano ragazzi sotto i 24 anni.

Ad ogni persona capita di imbattersi in problemi e difficoltà che hanno il potere di metterla a dura prova: la vita non è una passeggiata per nessuno.

L’esperienza ci ha però insegnato che non sono le difficoltà, anche gravissime, ad indurre il pensiero che non valga la pena di vivere. Ciò che introduce in un giovane il sospetto che la vita stessa gli sia nemica è la mancanza di senso nelle esperienze quotidiane, il venir meno di uno scopo convincente al quale dedicare le proprie energie, in vista del quale affrontare le difficoltà del vivere.

Ordinariamente, quando un giovane vede svanire la certezza che la vita sia degna di essere vissuta, si rifugia nella rassegnazione, impegnando le proprie energie in piaceri di corto respiro: dipendenze di vario genere, violenze senza ragione, trasgressioni incomprensibili, conquiste facili di una sera; le mille facce della rinuncia ad un ideale cui dedicare la vita.

Eccezionalmente può capitare che una sensibilità più acuta, un’intelligenza esistenziale più consapevole o, semplicemente, una fragilità della persona, svelino l’inconsistenza di queste evasioni e inducano alla tragica scelta di un’evasione definitiva dalla vita.

Per noi fare scuola è il tentativo di rispondere alla domanda di senso dei ragazzi che ci troviamo di fronte. Ogni mattina, entrando in classe, siamo chiamati in prima persona ad affrontare la realtà: i ragazzi che ci troviamo di fronte ed i contenuti di ciò che ci accingiamo ad insegnare. Ogni disciplina di insegnamento infatti è una finestra aperta sulla realtà; si tratta di proporre ai ragazzi i contenuti scolastici come una strada per scoprire il mondo, per andare a fondo delle cose, per cogliere il fascino che connota ogni dimensione della realtà. Per meno di questo non vale la pena di fare il mestiere che facciamo.

Nella relazione quotidiana coi nostri studenti emergono poi, inevitabilmente, i tanti fattori di disagio che connotano la loro vita; prenderli sul serio, dialogarne con loro, cercare insieme un modo dignitoso di viverli, è l’unica via che conosciamo per affermare che la vita ha un senso e che vale la pena di mettersi in gioco di fronte ad ogni circostanza. Andare a prendere al mattino i ragazzi che non si sono alzati dal letto, riportare sulla terra quelli che arrivano a scuola già rimbambiti da abusi di vario genere, richiamare al lavoro quelli che si lasciano prendere dall’istinto distruttivo di mandare a monte l’ora di lezione, sono circostanze concrete che ci urgono ad affermare che la vita di ognuno ha un destino buono, che chiede di essere cercato e trovato.

Emilia Vergani, l’assistente sociale che 23 anni fa diede vita alla “Cooperativa Sociale In-Presa”, scrive:

«Riguardo al metodo educativo: la prima condizione, sempre e comunque, perché sia in atto un processo educativo è che davanti ad una persona che deve fare un passo ci vuole un adulto che dica: “Vieni dietro a me”. È la condizione fondamentale perché è la condizione che impone la natura. Affinché un bambino impari a mangiare ed a camminare, il metodo è che qualcuno gli dica: “Guardami, appoggiati a me”».

Questo modo di intendere la scuola ci chiama allo scoperto, ci provoca in prima persona. Se il problema dei giovani è una debolezza ideale, il loro bisogno è quello di adulti impegnati a verificare un’ipotesi di senso che tenga insieme ogni aspetto della vita. Non basta essere disposti al dialogo, impegnarsi per facilitare la relazione; questi giovani non hanno bisogno di adulti che si mettano sul loro piano, ma di adulti che siano adulti, cioè che affrontino il loro lavoro certi che ciò che insegnano abbia senso per la vita tutta intera.

Il grande nemico della scuola è infatti la certezza, politicamente corretta, che non esistono certezze, che la ricerca della verità è il male da fuggire perché causa di divisione fra gli uomini. Per poter proporre un senso ai ragazzi, occorre il coraggio di riproporlo continuamente a sé.

“In-Presa” nasce dall’iniziativa di una donna che intende verificare la capacità della fede cristiana di rispondere al bisogno di ragazzi in condizioni di emarginazione sociale, ed in particolare scolastica. Per noi, insegnanti ed educatori, ognuno con la propria storia e con la propria sensibilità culturale, questo è il punto di riferimento ideale dentro al nostro lavoro.

Ci troviamo di fronte a ragazzi che provengono dai contesti più differenti; il nostro problema non è certo quello di “tirarli dalla nostra parte”, è quello invece di mostrare loro che la vita è data per qualcosa di grande, contro i mille messaggi di rassegnazione, le mille sirene ingannevoli che la mentalità dominante martella loro nella testa.

Ma un significato per la vita raramente sopravvive se fondato sulle spalle di un singolo; ha bisogno di un contesto in cui essere verificato, ritrovato quando circostanze difficili ne offuscano la chiarezza. L’annuncio cristiano poi è per sua natura un’esperienza comunitaria.

La compagnia fra di noi è perciò il fattore decisivo che ci rimette all’opera. La modalità ordinaria che ci tiene insieme è quella di condividere la provocazione che ogni studente rappresenta per noi. I contesti istituzionali di lavoro collegiale, come le relazioni quotidiane della “sala professori” e del “corridoio” sono il luogo di una trama di domande e di risposte che di fatto guidano il nostro lavoro: “Tu come ti comporteresti con quel ragazzo che da un po’ di tempo sembra non aver più interesse a nulla?”, “Come pensi sia opportuno gestire le tensioni che ci sono in quella classe?”, “Oggi un ragazzo ha fatto un’osservazione in classe veramente profonda, mi sto domandando come valorizzarla e riproporla ai compagni”.

Insegnanti ed educatori portano sulle spalle la responsabilità di una scuola capace di favorire il cammino verso l’età adulta dei ragazzi che la frequentano. Questa, per noi, è la sfida quotidiana. Ma, che una scuola sia veramente ciò che deve essere, dipende tanto anche da studenti e genitori. Se gli studenti vengono a scuola desiderosi di essere protagonisti della loro vita e se i genitori si aspettano questo per i loro figli, il nostro lavoro si fa più efficace e più affascinante e la scuola tutta ne guadagna moltissimo.

Gli insegnanti e gli educatori di In-Presa

Foto Ansa