I sinistri Dc alla resa dei conti

Terrazze romane di Francesco Damato

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In un soprassalto di sincerità che tutto sommato gli può fare anche onore, Ciriaco De Mita ha fatto capire come meglio non si potrebbe le ragioni per le quali il suo Ppi è ormai ridotto a pochi punti percentuali, quasi un decimo della Dc dei tempi peraltro neppure migliori. Egli ha raccontato in una intervista al Corriere della Sera del 23 agosto: “La Dc prendeva voti a destra e li trasferiva sul piano politico a sinistra”. La quale però non era tanto una politica, che di sinistra in termini di contenuto aveva ben poco, quanto un luogo: quello dove c’era, ben presente e operante, il Partito comunista. Chi pensava fra gli elettori di volervisi contrapporre veramente si collocava, secondo De Mita, “su posizioni conservatrici, se non reazionarie”, per cui andava “educato”: compito, questo, al quale rispondeva il rapporto sostanzialmente privilegiato col Pci, perseguito soprattutto dalla sinistra democristiana prima ancora che i comunisti potessero o volessero passare nel 1976 dall’opposizione alla maggioranza. Se prendere i voti da una parte per andare dall’altra secondo De Mita fu “un grande merito”, per molti fu solo un imbroglio, accettato solo per stato di necessità. Terminato il quale, con la caduta del muro di Berlino e il resto, l’elettorato una volta democristiano ha cambiato registro. E i conti elettorali della sinistra ex Dc, ora Ppi, non sono più tornati.

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