I metafisici retroscena della realtà del Nobel Tranströmer

«Ho sognato che avevo disegnato tasti di pianoforte sul tavolo di cucina. Io ci suonavo sopra, erano muti. I vicini venivano ad ascoltare».

Il poeta e traduttore Robert Bly paragona le poesie di Tomas Tranströmer, premio Nobel per la letteratura 2011, a stazioni, dove confluiscono temporaneamente treni dalla provenienza più disparata e dove il lettore avverte con grato stupore il senso della distanza compiuta, impetuoso come il vento della corsa: una sintesi di spazi immensi. È il poeta svedese in persona a definire la propria poesia come un luogo di incontro di aree della “realtà” convenzionalmente separate, in un aggiornamento della dottrina delle correspondences. Riprendendo la similitudine di Bly, siamo autorizzati a immaginare i suoi componimenti come scali ferroviari con convogli in sosta, stipati di immagini dalla trasparenza acquerellata, “traslucent” secondo la formula della commissione svedese, e diretti verso una dimensione ulteriore. È la squisita arte poetica di Tranströmer a darci accesso ai metafisici retroscena della “realtà”.

Nato a Stoccolma nel 1931 da padre giornalista e madre insegnante, frequenta il liceo Södra Latin e si iscrive alla facoltà di psicologia della università di Stoccolma senza trascurare la propria passione per la musica (è un pianista di discreto talento). Dopo la laurea lavora in istituti di correzione come il carcere minorile di Roxtuna, alternando la professione di psicologo alla propria attività letteraria. È autore di quindici raccolte di poesie, tradotte in più di quaranta lingue, che gli sono valse numerosi riconoscimenti internazionali, non ultimo il Premio Nonino. Muovendo da influenze moderniste e attraversando il surrealismo, Tomas Tranströmer sviluppa una personale pronuncia poetica e riesce a imporsi come il maggiore autore di lingua svedese: gli dedicano appassionati omaggi autori della caratura di Brodskij e Walcott.

La sua opera, soggetta a una progressiva rastremazione formale, trova la sua espressione più radicale nel genere haiku, praticato nelle ultime due raccolte, La gondola a lutto del 1996 e Il grande mistero del 2004, in componimenti di vertiginosa concentrazione e di rara felicità espressiva. La tradizionale forma giapponese innesca cortocircuiti di immagini e metafore, attinte, come si è detto, a fonti diverse. 

La principale traduzione italiana delle sue poesie è edita dalla Crocetti e si intitola Poesia dal silenzio, un evidente riferimento al silenzioso metalinguaggio della poesia, “la lingua senza parole” della poesia di Tranströmer, in particolare, dalla sostanza così diafana e impastata di spazi vuoti come di cellule di silenzio, e una discreta allusione alla condizione esistenziale del poeta, condannato al mutismo in seguito a un ictus.

«Ho sognato che avevo disegnato tasti di pianoforte sul tavolo di cucina. Io ci suonavo sopra, erano muti. I vicini venivano ad ascoltare». Così in una lirica di La gondola a lutto Tranströmer sviluppa con un semplice accordo il tema paradossale della lingua silente, del rapporto fondativo tra silenzio e parola poetica, che, «come orme di capriolo sulla neve», scalfisce la pagina intatta per lasciare una traccia epifanica. «Nel tunnel del canto» si è aperta una porta e si affaccia la presenza divina.