I cantanti-osti fanno bene i loro conti

Enogastronomia politica

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C’è mucca pazza, d’accordo – ma prima ancora c’è “Pecora pazza”, il locale romano di Jerry Calà, dove si incontrano vip e belle ragazze. A Torino Chiambretti ha aperto “I Birilli” e i fratelli “La Cozza”, un ristorante e una pizzeria pieni di vitalità, ma con qualche pecca nel servizio. Ho invece dimenticato il nome (ma non importa) del locale milanese messo in piedi da attori e cantanti, dove una bottiglia di Brachetto costava 50mila lire perché “Sa, alle donne piace più dello Champagne”. Non male come criterio. Il locale, ora che ci penso, potrebbe chiamarsi “O felé fa ’l tò mesté”. Nulla da dire sugli arredi, l’ambientazione e il giro di bella gente, ma dopo aver mangiato, a volte in modo mediocre, ti tocca anche (sempre nel locale milanese, ndr) andare alla cassa e sentirti dire dal personaggio famoso con la faccia di culo: “Ma dammi 80mila lire”. Uno sproposito dove il rapporto qualità/prezzo grida vendetta. Nella classifica Internet (www.clubpapillon.it) sulle cinque cose da evitare a tavola, il fumo ha strappato il posto alla rucola, seguita a sua volta dall’orrido balzello del “coperto” al ristorante e dall’invadenza dei camerieri. È giusto, però… A Milano c’è l’alta cucina vegetariana, bella ma triste, e il locale multietnico dove mangi la carne avvolta attorno a un bastone (quello che si dovrebbe dare in testa al funzionario sanitario che non si azzarda ad andare a verificare l’igiene e l’Haccp in quei posti – sic!). Insomma, c’è una disomogeneità in questa città che non comunica più nulla: la cucina non caratterizza più un luogo. Ma basta! Voglio la “Battagliera” e il “Violinista” della mia gioventù, voglio i locali che Baffo ed il Dròn chiamavano “marci”, ma erano soltanto fumosi e odorosi di improbabili valdostane impregnate di olio. Esco dall’incubo, sfrego gli occhi cisposi e mi ricompongo. E poi vado al banco del bar e Gino mi serve un bicchiere di rosso di San Colombano al Lambro. Ma no, sto ancora sognando. (massolon@tin.it)

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