Guareschi: «Come scriveva mio padre, il terremoto va affrontato con tenacia»

La fragilità e la speranza. Alberto Guareschi ricorda la saga di Peppone e Don Camillo, nata dalla penna del padre. Con un pensiero al sisma che scuote l’Emilia

«Le acque escono tumultuose dal letto dei fiumi e tutto travolgono. Ma un giorno esse ritorneranno, placate, nel loro alveo, e ritornerà a splendere il sole. E se alla fine voi avrete perso ogni cosa, sarete ancora ricchi se non avrete persa la fede». Così diceva Don Camillo, frutto della penna di Giovannino Guareschi. E anche grazie alle numerose trasposizioni cinematografiche quel mondo letterario situato a Brescello, nella Reggio Emilia degli anni Cinquanta, con l’eterno scontro con il sindaco Peppone, fa ormai parte dell’immaginario collettivo. Soprattutto le pagine che raccontano l’alluvione che sconvolge la Bassa nel 1951. Sono quelle che Alberto Guareschi, figlio dello scrittore, rievoca: quelle in cui il prete di campagna rimane in una Chiesa pericolante, per confortare con la sua presenza i suoi compaesani rifugiati sulla sponda opposta del Po.

«Sono tanti gli elementi che legano l’alluvione raccontata da mio padre con il terremoto che sta colpendo l’Emilia. L’ineluttabilità di questi avvenimenti naturali, la fragilità dell’uomo, la speranza. Inoltre il desiderio naturale e spontaneo da parte di molte persone di buona volontà di confortare in qualche modo i colpiti dal sisma accomunando l’impegno dei loro sindaci e dei loro parroci a quello di Peppone e di don Camillo – due figli dell’Emilia di casa in tutte le famiglie – descritto nell’episodio dell’alluvione del novembre 1951».

In quell’occasione, quando il grande fiume spaccò gli argini allagando i campi felici della Bassa, arrivarono a casa Guareschi pacchi di coperti e indumenti, persino da lettori stranieri: “Per la gente di Don Camillo e Peppone”. Perché la realtà spesso si mischia con la fantasia. Durante l’alluvione del 1951 un parroco restò davvero sulla torre campanaria, per rincuorare i paesani col suono delle campane. «Si chiamava don Giovanni Bernini, parroco di Mezzano inferiore». Ma questo bisogno di spiritualità si è perso? C’è ancora? Serve? «È proprio in occasioni come questa che ci serve un riferimento spirituale che possa confortarci, aiutandoci a superare le avversità che paiono insormontabili. E che ci aiuti a rinforzare la nostra fiducia nella Divina Provvidenza».

Gli emiliani stanno mostrando di reagire con la stessa forza di quel “Mondo Piccolo”, idealmente paradigmatico della realtà rurale italiana del dopoguerra. «Le parole e gli atti di alcuni sindaci e sacerdoti mi hanno colpito molto. La gente è in presa diretta con la realtà, sa superare con tenacia anche le prove più dure ed è pronta ad aiutare chi ha bisogno. Come scriveva mio padre: in quella fettaccia di terra tra il fiume e il monte possono succedere cose che da altre parti non succedono».