Grandi opere

n.14 – 2010

l nostro paese pecca molto spesso della mancanza di capacità di prendere decisioni, incapacità che è frutto di una diffusa reticenza ad assumersi responsabilità. Come evoca la radice del termine, assumersi responsabilità significa desiderare di “rispondere” ai bisogni di una comunità, avere il gusto e la propensione di risolvere i problemi, di giungere a risultati concreti, invece che discuterli all’infinito. La nostra è una cultura assai poco orientata ad un pragmatismo efficace e pecca di eccessi di razionalismo astratto, e di colpevole ideologia. Sembra prevalere il gusto di un paralizzante conflitto fine a se stesso invece che del “legittimo” conflitto che deriva dal confronto di idee e di interessi. Ma non decidere ha un costo rilevante, spesso maggiore del costo di sbagliare una decisione: significa spesso perdere opportunità preziose; e non saper cogliere “l’attimo fuggente”, nel mondo di oggi, significa lasciare che altri, più orientati al rischio e alla responsabilità, procedano più speditamente ed efficacemente nello sviluppo economico e sociale.

Nel caso delle infrastrutture è noto che i tempi per realizzarle sono già lunghi di per sé: ma poiché le infrastrutture sono necessarie nella misura in cui offrono, all’atto del loro completamento, le condizioni per rendere servizi (di mobilità, di uso delle risorse energetiche e idriche, di comunicazione) non deciderle con tempestività significa rimandare nel tempo il soddisfacimento di bisogni che consentono una migliore qualità della vita e un tasso di sviluppo competitivo e sostenibile. Spesso rinviare la realizzazione delle infrastrutture è indice di una mancanza di “vision” sul futuro e di strategie di sviluppo di lungo periodo.

Si prendono decisioni solo se si è ragionevolmente certi di un ritorno immediato, economico o addirittura solo finanziario. Le stesse tecniche decisionali prevalentemente adottate – le analisi costi benefici – non riescono a farsi carico della valutazione dei benefici sullo sviluppo, che non sono calcolabili se non in un’ottica di visione politica di medio-lungo periodo. Se è vero che le infrastrutture “servono” (e impattano su) lo sviluppo del territorio in cui sono realizzate e che connettono con altri territori, esse devono essere progettate in armonia, coerenza e sincronia con lo sviluppo del territorio e delle sue dinamiche economiche e sociali.

Le infrastrutture sono infatti prevalentemente “a rete”: anche quelle puntuali (porti, aeroporti, stazioni, fiere, centrali idriche ed energetiche) svolgono una funzione di connessione, perché consentono di mettere in rete i servizi che rendono: voli aerei, mobilità autostradale e ferroviaria, telecomunicazioni, scambi commerciali, flussi idrici ed energetici. La natura reticolare delle infrastrutture impone che a progettarle e realizzarle sia sempre una pluralità di decisori. Solo cooperazione, alleanze e accordi di programma tra i vari decisori possono accelerare i processi decisionali, perché “anticipano” l’aggregazione del consenso sulla realizzazione delle infrastrutture e le rendono meno facilmente “reversibili”.

Talvolta, invece, il ripensamento di decisioni infrastrutturali deriva dal fatto che esse sono state prese in modo scoordinato e autonomo (che spesso causa anche la perdita di finanziamenti già decisi e faticosamente individuati) ed è pertanto ancora più colpevole in quanto nasce dalla tentazione di “appropriarsi” del merito della decisione e della realizzazione delle infrastrutture, invece che dalla volontà di servire il bene comune (cioè il soddisfacimento dei bisogni delle persone e delle imprese).

Solo assumendosi più responsabilità, guardando fiduciosamente al futuro, adottando una prospettiva meno ideologica e più pragmatica, favorendo la cooperazione tra i soggetti decisionali, perseguendo obiettivi “di sistema” nella progettazione e  realizzazione delle infrastrutture potremo ragionevolmente recuperare il gap che ci allontana dai paesi più dinamici e competitivi.