Gli uomini che resero l’Estremo Oriente intelligibile al mondo

Vita e morte di Zhou Youguang, inventore del Pinyin, e del disegnatore Jiro Taniguchi

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Zhou-Youguang-wiki

Articolo tratto dal numero di Tempi in edicola (vai alla pagina degli abbonamenti)

Zhou Youguang. Nacque il 13 gennaio 1906. Nacque nell’antica città di Changzhou, situata nella ricca regione del delta del fiume Yangtze, il Fiume Azzurro. Il padre era un funzionario dell’ultimo imperatore nella Cina umiliata dalle potenze occidentali, ma soprattutto dal Giappone modernizzato, considerato ancora un piccolo arcipelago di pirati barbari. Con la fine dell’impero Zhou Yaoping, come ancora si chiamava Zhou Youguang, vide lo sviluppo di importanti industrie, soprattutto tessili, nella sua città. Studiò a Shanghai e nel 1927 si laureò in economia.

Quando nel 1937 i Giapponesi invasero la Cina si rifugiò a Chongqing, capitale provvisoria del governo di Chiang Kai-shek. Lavorò per la banca nazionale e divenne amico di Zhou Enlai, leader comunista dai modi aristocratici. Nel 1946 si trasferì a New York per rappresentare la banca cinese, ma nel 1949, dopo la vittoria dei comunisti, tornò in Cina gonfio di speranze.

Non era comunista, ma quando il partito si propose di fare del cinese mandarino la lingua nazionale e combattere l’analfabetismo Zhou Enlai pensò a lui. Zhou si schernì dicendo di non essere in filologia che un dilettante. Zhou Enlai lo incastrò con una delle sue famose frasi cortesi e lapidarie. «Chi di noi non è un dilettante?». Si dedicò allo studio delle lingue e delle innumerevoli scritture della Cina. Mao Zedong apprezzò che un odiato economista, per di più di scuola americana, si fosse convertito alla linguistica. Zhou Youguan passò indenne attraverso le purghe degli anni Cinquanta.

Diresse un comitato che si impegnava a continuare un lavoro iniziato dai missionari gesuiti nel Seicento. La scrittura tradizionale cinese, vecchia di migliaia di anni, esprime idee invece che suoni. Ogni parola è scritta con un ideogramma e gli ideogrammi sono tanti quante sono le parole. Era una scrittura difficile, ma aveva un vantaggio: in un impero in cui si parlava un grande numero di lingue, spesso molto diverse da loro, una parola, qualunque suono avesse nelle diverse lingue, era rappresentata dallo stesso ideogramma.

Facendo tesoro dei tentativi spesso goffi del passato, Zhou riuscì a mettere a punto il Pinyin. Tra i caratteri cirillici e latini scelse i latini, non per questioni ideologiche, ma perché erano quelli più diffusi nel mondo. In cinese lo stesso monosillabo significa cose molto diverse a seconda del tono in cui è emesso. Zhou risolse semplicemente il problema: gli accenti, grave e acuto, che nell’alfabeto latino indicavano le lunghezze, avrebbero in mandarino indicato i toni.

L’11 febbraio 1958 il Pinyin fu adottato come scrittura ufficiale dal governo cinese. Tanto merito non impedì che nel 1969, proclamata la Rivoluzione culturale, Zhou fosse mandato in risaia. Due anni dopo, “rieducato”, tornò a casa e si dedicò a dirigere la traduzione e la trascrizione in Pinyin dell’Encicopedia Britannica. È morto sabato 14 gennaio.

Jiro-TaniguchiJiro Taniguchi. Nacque il 14 agosto 1947. Nacque a Tottori, un centinaio di chilometri a nord di Kyoto. Fu bambino in un impero stordito, in cui ogni luogo, per remoto che fosse, non era mai lontano da Hiroshima e Nagasaki. Giocò con giochi tradizionali di carta e bambù, giocò con i giocattoli in latta litografata e plastica, animati da una batteria, con cui il Giappone sommergeva il mercato occidentale.

Imparò a disegnare con eleganti pennelli e con pratici pennarelli. Si trovò a raccontare per immagini quando i manga giapponesi, in bilico tra arte e mestiere, conquistavano l’Occidente, perpetuando il gioco di influenze reciproche incominciato già all’indomani dell’ingresso perentorio delle cannoniere americane del commodoro Matthew Perry nella baia di Edo.

Quarantenne, arrivò al successo traducendo in immagini Botchan, il romanzo sul periodo Metsii, l’epoca dell’occidentalizzazione del Giappone di Natsume Soseki. A cinquant’anni realizzò il capolavoro con A Distant Neighborhood, la storia di un impiegato che intraprende un viaggio nella sua infanzia. È morto sabato 11 febbraio.

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