Siete sicuri che sia giusto sottrarre il piccolo Achille a sua madre Martina Levato?

Nemmeno a Annamaria Franzoni sono stati tolti i figli. Perché a lei sì? Ancora una volta, la giustizia di questo Paese sembra lontana, nemica, ottusamente chiusa in se stessa

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È proprio giusto sottrarre il piccolo Achille, neonato, a sua madre condannata (in primo grado) a 14 anni per le gravissime lesioni procurate con il lancio di acido contro un ex fidanzato? È certamente possibile che Martina Levato, reclusa a San Vittore insieme al suo complice Alexander Boettcher, non sia una buona madre. Ma è corretto, dal punto di vista legale e di principio, che il Tribunale per i minori di Milano strappi un bambino a una donna detenuta e non riconosciuta definitivamente colpevole? Domanda aggiuntiva, ma non secondaria: questa severa procedura viene sempre seguita in tutti i Tribunali italiani, e nei confronti di tutti i condannati per fatti anche più gravi? Davvero mafiosi, assassini e rapinatori, ma anche truffatori, ladri e corruttori decadono sempre dalla patria potestà in quanto genitori poco affidabili? La risposta è no, non è affatto così.

Basta ricordare il caso, antico e recente, di Annamaria Franzoni, condannata in via definitiva a 16 anni di reclusione per l’uccisione del figlio secondogenito Samuele (morto nel 2002 a Cogne): una volta scontata la pena, nel giugno 2014 è tornata a casa sua e vive accanto al primogenito (oggi ventenne) e al terzo figlio, nato nel frattempo (oggi ha 12 anni). La decisione è stata confermata nell’aprile scorso. Nessuno ha mai pensato di sottrarre la maternità alla condannata. Nel suo caso il Tribunale ha preso per buona una perizia in base alla quale «non v’è più il rischio che si ripeta il figlicidio». Ma può dirsi davvero una buona madre, Annamaria Franzoni? Chissà, forse lo è. Di certo, nel suo caso, le colpe di una donna ritenuta dalla suprema Corte di cassazione l’assassina del figlio sono parse più lievi di quelle di due lanciatori di acido.

E allora? E allora, ancora una volta, la giustizia di questo Paese sembra lontana, nemica, ottusamente chiusa in se stessa e nella sua capacità di reagire con velocità (e non sempre con correttezza) soltanto ai casi illuminati dal clamore mediatico. Uno può anche pensare che Alexander Boettcher e Martina Levato, che la stampa ha inchiodato per sempre all’etichetta noir degli «amanti all’acido», non formino la perfetta coppia di educatori. E che il piccolo, nato il 15 agosto, meriti decisamente di meglio. Fin qui, forse, siamo tutti d’accordo.

Ma la pena finale, che probabilmente i due meritano per quanto hanno fatto, deve inevitabilmente coinvolgere la loro creatura? Il piccolo Achille, per una colpa che non è sua, dovrà essere collocato in una casa-famiglia; poi verrà affidato a un’altra coppia, le sarà dato in adozione. È davvero giusto, questo? Sostengono gli avvocati, riuniti nell’Unione delle camere penali, che «nessuna condanna può autorizzare a sottrarre d’imperio un neonato alla propria madre, a meno che essa non venga motivatamente giudicata incapace di accudirlo».

Ora i quattro genitori dei due condannati, i nonni di Achille, si offrono di fare da genitori adottivi al nipotino neonato. Verranno considerati? Oppure il Tribunale la respingerà, temendo che questo sia un aggiramento della richiesta di allontanamento tra madre e figlio? Tante volte è acaduto, anche in casi più facili: chi scrive ha descritto in un libro il caso, terribile, di una bimba di sei anni, Angela, sottratta alla sua famiglia dal tribunale dei minori di Milano per un inesistente caso di pedofilia attribuito al padre. Anche in quel caso, 
i nonni chiesero di poterla tenere con sé, nell’attesa dell’assoluzione dell’uomo (che arrivò in Cassazione qualche anno dopo). Non furono nemmeno ascoltati. In due morirono di crepacuore, senza poter riabbracciare la nipote. È giustizia, questa?

Foto Ansa

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