Giustizia. Il "cambiamento" sbagliato nel paese sbagliato

Nel programma M5S-Lega la lotta all’illegalità e alla corruzione è tutta un inasprire leggi e un potenziare la magistratura. Otterranno il risultato contrario

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In attesa di sapere se anche questa nuova versione del “Contratto per il governo del cambiamento” sarà dichiarata superata dai contraenti M5S e Lega, così come è successo con la prima allungata chissà da chi all’Huffington Post, soprattutto in attesa di sapere quale destino avranno i passaggi evidenziati in rosso e in giallo dopo le valutazioni dei leader e degli iscritti rispettivi (gasp), bisogna soffermarsi un momento su una sezione del programma che pare essere sufficientemente condivisa dalle parti, essendo praticamente priva di colorazioni. Si tratta di un tema da sempre molto caro a Tempi, la giustizia. Tema sul quale il contratto annuncia intenzioni non meno preoccupanti delle varie promesse di spesa senza coperture su cui si sono concentrati, comprensibilmente, quasi tutti i giornali e gli osservatori.
Sulla giustizia il programma del governo Di Maio-Salvini è tutto un diluvio di inasprimenti, intercettazioni, punizioni, severità, imputabilità, nuove carceri, mannaggia all’impunità e niente più sconti di pena. Anche un principio sacrosanto come quello dell’efficienza e della rapidità del sistema sembra assumere nel testo giallo-verde connotazioni giustizialiste. La bozza infatti parla di «allungamento del processo» come di un possibile «presupposto di una denegata giustizia», ma allora perché immaginare di risolverlo allungando la prescrizione?
Spiegava ieri il Corriere della Sera illustrando il programma:

«È ancora segnata in rosso (quindi da sottoporre al vaglio di Di Maio e di Salvini) la frase “è necessaria una seria riforma della prescrizione dei reati”, cavallo di battaglia dei grillini e della magistratura per spuntare, nel processo, le armi della difesa».

Sull’abuso della carcerazione preventiva invece, vero scandalo della giustizia italiana, “normalizzato” ormai nell’indifferenza generale come una forma di punizione dell’indagato a prescindere dal risultato del processo, nemmeno una parola. E sì che dei troppi detenuti che affollano le galere italiane costringendoci – secondo M5S e Lega – a costruirne di nuove, non sono pochi quelli “in attesa di giudizio”. E sì che di storie di cittadini sbattuti in carcere prima di uscire assolti dal processo ne abbiamo sentite. O no?
Da anni questo giornale ripete che non è la moltiplicazioni dei delitti e delle pene la soluzione all’emergenza (percepita) della legalità e della corruzione. Se mai, esattamente all’opposto, quello è il problema. Come ha ripetuto in più occasioni quel gran magistrato che è Carlo Nordio (da sottoscrivere per intero la sua analisi apparsa ieri sul Messaggero), «Tacito duemila anni fa l’ha detto con quella tipica, icastica sintesi dei romani. “Corruptissima re publica, plurimae leges”. Più la repubblica è corrotta, più promulga nuove leggi». In una giungla di norme in crescita selvaggia chiunque può rimanere intrappolato in un’accusa infamante. A meno di non restare perfettamente immobile. Altro che “governo del cambiamento”. E tante più sono le regole, tanti più saranno i funzionari da “convincere”, per chi non si rassegna a starsene con le mani in mano. È un buon modo questo per combattere la corruzione? Manca solo l’«introduzione della figura dell’“agente sotto copertura” e, in presenza di elementi fondati, dell’“agente provocatore”, per favorire l’emersione dei fenomeni corruttivi nella Pubblica Amministrazione». E purtroppo nel programma del governo giallo-verde c’è.
Quando lo Stato di diritto si trasforma in uno Stato di sospetto, saranno incoraggiate o strozzate le virtù civiche, l’assunzione di responsabilità, la spinta al “cambiamento”?

«All’incontro sui corpi intermedi a Bologna abbiamo ascoltato Angelo Panebianco avanzare un’osservazione intelligente. Spiegava il professore che la fiducia è un circolo virtuoso, mentre la sfiducia è un circolo vizioso. Se in una comunità tutti si fidano dei propri vicini, le cose funzioneranno, non ci sarà bisogno di controlli, regole, punizioni. Determinate due o tre regole di buon senso, il clima di reciproco rispetto farà in modo che ognuno, facendo il proprio dovere, farà il bene proprio e di tutti. Al contrario, se a dominare è il sospetto, una comunità parcellizzata in monadi isolate tenderà a moltiplicare le norme, le leggi, le punizioni. Con l’inevitabile conseguenza che questo eccesso di controlli genererà nuova sfiducia, nuovi maneggi, ulteriore risentimento». (Emanuele Boffi, tempi.it, 5 marzo 2018)

Sempre Panebianco ha spiegato poco tempo fa in un ottimo editoriale per il Corriere della Sera «il rapporto che c’è fra la potenza di quelle tecnostrutture [amministrative e giudiziarie, ndr] e il successo del Movimento 5Stelle». Quell’articolo andrebbe letto, riletto e studiato a memoria. In particolare questo passaggio:

«I 5Stelle sono la conseguenza, l’effetto finale, di una grande bugia che, negli ultimi trenta anni, è diventata una verità pubblica indiscutibile per moltissimi italiani: la grande bugia secondo cui la “corruzione percepita” (per la quale questi nostri concittadini credono che il loro Paese sia il più corrotto d’Europa o giù di lì) e la “corruzione reale” (la corruzione che davvero c’è in Italia) coincidono. Se non che, la corruzione reale – misurata dalle sentenze passate in giudicato nonché da osservazioni sui comportamenti degli operatori – risulta essere, punto più punto meno, nella media europea. L’Italia sembra a tanti italiani così massicciamente corrotta soprattutto a causa delle inchieste giudiziarie qui molto più numerose che altrove (e del connesso rumore mediatico): un fenomeno che, a sua volta, dipende dal diverso rapporto di forze che c’è in Italia fra magistratura inquirente, politica ed economia, rispetto a quello che si dà in altri Paesi europei. È la trentennale attività del “circo mediatico giudiziario” ad avere diffuso e imposto la grande bugia».

Un esempio: Guido Bertolaso, fino al 2010 portato in palmo di mano da tutti per il coraggio con cui risolveva crisi e fronteggiava emergenze con la sua Protezione civile, considerato universalmente un uomo capace davvero di “cambiare” le cose, e senza nemmeno bisogno di stendere programmi evidenziati in rosso o in giallo, ma solo coi fatti, poi improvvisamente ritrovatosi indagato e infangato fino alla rovina in una complicatissima e affollatissima indagine giudiziaria costruita su varie ipotesi di corruzione.
Il Corriere ha il merito di pubblicare Panebianco ma anche il demerito di confermare regolarmente quanto lo stesso Panebianco abbia ragione quando denuncia i danni provocati al paese dal «circo mediatico giudiziario». Ricordate che cosa scrisse all’epoca l’allora direttore del quotidiano milanese Ferruccio De Bortoli, dopo una settimana che il suo giornale saccheggiava a mani basse le «ventimila pagine di intercettazioni» allegate all’ordinanza che aveva gettato Bertolaso nella polvere?
De Bortoli tentava di giustificare la pubblicazione di quel «fiume di parole che come una calamità naturale sembra sommergere tutti». E pur ammettendo che nemmeno al Corriere era «ancora chiaro il quadro delle accuse rivolte allo stesso Bertolaso», sosteneva di avere «il dovere di render noto quello che gli investigatori hanno raccolto e che il giudice con i suoi atti ha avvalorato». Ma perché il dovere di un giornale sarebbe allestire una pubblica gogna quando il suo stesso direttore sa benissimo che esiste «il rischio che finiscano coinvolte persone la cui unica colpa è aver parlato al telefono con chi aveva il cellulare sotto controllo»?
Risposta di De Bortoli:

«Chiacchiere e fatti. Saranno le sentenze dei giudici, speriamo il più presto possibile, a stabilire quali chiacchiere nascondono fatti e quali fatti sono reati. Anche le chiacchiere, in ogni caso, servono per farsi l’idea di un pezzetto d’Italia che si vorrebbe migliore».

Siamo d’accordo che l’inchiesta su Bertolaso è stata una di quelle che hanno contribuito maggiormente ad alimentare la «grande bugia» (Panebianco) della corruzione percepita? E come è finita la vicenda giudiziaria di Bertolaso? Assolto perché «il fatto non sussiste». E pensare che i pm avevano chiesto la prescrizione (ehilà, questa andrebbe evidenziata in rosso). Del resto erano già passati otto anni.
«All’epoca Bertolaso fu messo in croce per la vicenda. Oggi può legittimamente esultare», ha scritto il sito del Corriere riportando la notizia della sentenza. Oggi che la Protezione civile è stata smontata e resa incapace di “corruzione” perché incapace di azione (con le conseguenze che i terremotati conoscono bene), ecco adesso, otto anni dopo, Bertolaso può esultare.
In un clima così, con l’inasprimento promesso dal governo giallo-verde o aspirante tale, chi avrà il coraggio di azzardare ancora un “cambiamento”?
Foto Ansa

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