Cristo, «vita delle nostre vite». Siano esse destinate al martirio o alla pace

Il cardinale Scola in memoria di don Giussani: ««In Lui si assomma tutto quello che io cerco, quello che io sacrifico, quello che in me si evolve per amore delle persone con cui mi ha messo»

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don-luigi-giussaniDon Angelo Scola, arcivescovo e cardinale di Milano, l’altra sera ha celebrato una Messa per il decennale del “dies natalis” di don Giussani e per i sessant’anni di Comunione e Liberazione. Naturalmente è stato impressionante stare sotto le grandi arcate gotiche e condividere con migliaia di amici l’immenso spazio del Duomo reso incalpestabile dalla moltitudine presente. All’uscita, erano già le undici della sera, la gente per strada ti chiedeva perché e di che razza fosse tutta quella gente “stranamente” andata in chiesa.

Dicevamo però di don Angelo, che ricordando la figura del servo di Dio Luigi Giussani si è soffermato su «un passaggio ben noto» del Gius, ben potendo ritenerlo, ha detto Scola, «un frammento prezioso del suo testamento, eredità da “trafficare” per il bene personale e del movimento: “È la vita della mia vita, Cristo. In Lui si assomma tutto quello che io vorrei, tutto quello che io cerco, tutto quello che io sacrifico, tutto quello che in me si evolve per amore delle persone con cui mi ha messo”».

Ancora Scola, con tono calmo ma – almeno così ci è sembrato – con accento più drammatico, ha reclamato “più fede”. «Più fede, più fede per vivere gli affetti, il lavoro, il riposo, il dolore nostro e dei nostri cari, la morte; più fede per affrontare il male che compiamo e chiederne perdono; più fede per educare i nostri figli e perché i nostri figli scoprano la convenienza di lasciarsi educare; più fede per contribuire all’edificazione di una vita buona nella società plurale in un tempo in cui uomini e donne – e tra di loro tanti cristiani – vengono trucidati, cacciati dalle loro terre e dalle loro case, costretti ad una tragica emigrazione; più fede (ed ecco il colpo finale, ndr) per accettare, Dio non voglia, la possibilità di un nuovo martirio di sangue dei cristiani in Europa».

Adesso noi non sappiamo se il nostro vescovo sia un profeta. Non sappiamo se tra un happy hour e un week-end in montagna ci dobbiamo aspettare l’abisso che si spalanca sotto i nostri passi stanchi, distratti, inebetiti. Però intuiamo che, comunque vada, sia che la fine venga come è arrivata per i 21 martiri egiziani di Minya, sia che il treno proceda borbottante, borghese, accidioso, fino all’ultima stazione, speranza è «tutto quello che in me si evolve per amore delle persone con cui (Cristo) mi ha messo».

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