Il Paese dei Normali
Giulio, progressista in piazza e diffidente in salotto
Giulio ha sessantacinque anni, non è mai stato sposato e sostiene di stare benissimo così. Lo dice con un tono che sembra definitivo. Poi, mentre lo dice, aggiusta la tovaglia come se aspettasse qualcuno.
Ha manifestato per i diritti civili più di quanto abbia festeggiato compleanni. Cartelli, cortei, assemblee. Crede nell’autodeterminazione, nella libertà di amare chi si vuole, nella dignità di ogni scelta. È un attivista individuale. Non appartiene a nessuno, nemmeno ai gruppi che frequenta.
Dice che le donne sono complicate. Poi borbotta qualcosa di impreciso, una frase a metà tra il risentimento e la battuta da bar, qualcosa che suona come «vogliono sempre qualcosa in più» o «alla fine comandano loro», e subito dopo cambia discorso. Ride, ma non è una risata piena. È una toppa.
Una cura che smentisce le teorie
Qualcuno gli fa notare che sembra misoginia. Lui risponde che è solo esperienza statistica. Poi, però, quando una vicina gli chiede di cambiarle una lampadina, lo fa con una cura che smentisce ogni teoria.
Giulio difende i diritti universali ma fatica con la propria fragilità. Parla di libertà e teme il rifiuto. Si definisce indipendente, ma controlla il telefono più volte al giorno, come se una notifica potesse correggere il passato.
Non odia le donne. Odia l’idea di non essere stato scelto. E allora trasforma la delusione in argomento. È un uomo coerente a metà, come molti. Combatte battaglie collettive e perde quelle private.
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