Giorgio Pardi: «L’aborto è un omicidio»

Difendo ancora la 194, ma è soprattutto nella parte a tutela della vita che andrebbe applicata. Perché l’interruzione di gravidanza è una ferita che non si cicatrizza

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«Sono ateo, l’ho già detto?». A Giorgio Pardi preme molto che ai suoi interlocutori sia ben chiaro «che io non credo in Dio, non ho la grazia della fede, che vuole che le dica? Quindi scriva scriva scriva che il dottor Pardi Giorgio è ateo o, se preferisce, è un laico. E aggiunga anche che per ritenere l’aborto un omicidio non serve la fede. Basta l’osservazione. Quello è un bambino. L’aborto è un omicidio. Fatto per legittima difesa della donna». A parlare è il medico che, assieme al suo maestro Giovanbattista Candiani, fu il primo a eseguire un’interruzione di gravidanza in Italia con l’introduzione della legge 194.
Le pareti del suo ufficio nella clinica Mangiagalli di Milano sono una sorta di curriculum murale, professionale e caratteriale, del professore. Accanto a tre file di libroni in cui il titolo è scritto in caratteri più minuti del maiuscolo nome del loro autore (GIORGIO PARDI), stanno accatastate le più insigni riviste mediche moderne come Lancet, England Journal of medicine, British Medical Journal, sulle quali il dottore pubblica regolarmente. Poi, da altri indizi, si desume che Pardi, oltre a essere stato presidente della Società italiana di medicina perinatale e presidente dell’Associazione ginecologi universitari italiani, gode di una fama che oltrepassa l’oceano. Nell’ottobre scorso è stato nominato membro onorario della Società americana di ginecologia e ostetricia. Primo italiano, da cent’anni a questa parte, a ricevere tale riconoscimento. Professore ordinario all’Università statale di Milano, attualmente dirige il reparto Donna e bambino della Mangiagalli, la clinica ginecologica più grande e importante di tutto il Nord Italia. Ma al curriculum professionale rivelato da una parete, va aggiunto ciò che racconta il muro che sta di fronte, dove sono incorniciate e appese una ventina di vignette di Altan. Ritagli di giornale ingialliti messi sotto vetro che fan quasi da cornice alla locandina di un vecchio film con Gregory Peck e Ingrid Bergman: Io ti salverò.

E se il sarcasmo ferino del vignettista di sinistra può quasi far da simbolo all’atteggiamento sardonico di questo gran barone della medicina, il titolo della pellicola sembra quasi lo slogan di quel che Pardi sta cercando di fare oggi: salvare i figli non ancora nati ma forse già rifiutati di chi viene in Mangiagalli per abortire. Naturalmente, l’interessato glissa. Ma Paola Marozzi, direttrice del Centro aiuto alla vita (Cav) dell’ospedale spiega a Tempi la sua mirabolante stima per «il professore, persona di eccezionale onestà intellettuale». Questo perché, «pur non essendo ancora partito per meri problemi logistici», è intenzione di Pardi trasferire gli uffici del Cav proprio a fianco di quelli del Consultorio. Sarebbe il primo caso in Italia e la direttrice spera «che così poi ne possano seguire altri». «Alle donne che si rivolgeranno al Consultorio – continua Marozzi – verrà consegnato un foglietto informativo per metterle a conoscenza delle nostre iniziative. La donna, se vorrà, potrà rivolgersi a noi e godere, se necessario, dei sussidi che mettiamo a disposizione delle madri in difficoltà economica». «Perché, vede, Pardi, come noi, sa bene che chi ricorre all’aborto comunque, poi, ne soffre. Dunque, come noi, cerca in tutti i modi di evitare che si arrivi a tale scelta. Certo, poi ci sono anche delle differenze, perché noi siamo cattolici e lui, non so se si sa, è ateo».

Non può essere un diritto
La clinica in cui Pardi lavora ha compiuto da poco cent’anni. Nata il 26 settembre 1906 per opera dell’ostetrico e sindaco Luigi Mangiagalli, sorse con lo scopo di dare alle milanesi meno abbienti la possibilità di partorire senza rischi. Da sempre la Mangiagalli ha come suo obiettivo l’assistenza globale del paziente; la stessa struttura rispecchia tale intento ed è questo uno dei motivi per cui è sorta accanto all’ex convento di Santa Caterina dove c’è la ruota per i bambini abbandonati. Ma la Mangiagalli non è stata solo questo; negli anni Settanta divenne il simbolo della battaglia in favore della regolamentazione dell’aborto. In seguito all’esplosione dell’Icmesa di Seveso furono proprio i medici dell’ospedale milanese a insistere per introdurre in Italia la legge. A quei tempi, mentre gli antiabortisti sfilavano fuori dalle mura con i cartelli “Mangiagalli mangiabimbi” il professor Pardi se ne stava all’interno, sostenendo, come oggi, la necessità di una depenalizzazione che debellasse le pratiche clandestine delle mammane. «E ancora oggi – conferma il dottore – ritengo che la 194 sia un’ottima norma. Mi fa un po’ ridere chi sostiene sia intoccabile. Ma come intoccabile? Nessuna legge, dice la Costituzione, è intoccabile. Casomai, come io penso, si può dire che non serva ritoccarla, ma solo applicarla fino in fondo, soprattutto in quella sua parte iniziale in cui si prescrive tutto il necessario per far recedere la donna dal suo intento».
Secondo Pardi «la discussione oggi dovrebbe vertere su questo aspetto: bisogna fare in modo che la donna non abortisca, che sia informata il più possibile sulle conseguenze che una tale scelta provoca, che sappia quali sono gli aiuti anche economici che le possono essere offerti per poter scegliere. Dunque, che sia una scelta il più possibile responsabile. Chi interrompe una gravidanza deve essere ben conscio di procurarsi una ferita che lascia cicatrici profonde, indipendentemente dal metodo abortivo usato». Per il dottore non si può considerarlo un “diritto”. «Ma che significa? Certo, non mi spingo fino a dire che bisogna convincere la donna a non interrompere la gravidanza, ma metterla in grado di poter decidere realisticamente che cosa fare, non in base a suoi diritti, ma in base alla sua libera responsabilità, ecco questo mi sembra il minimo».

I Cav in ospedale
Nel 2005 si sono registrati in Mangiagalli 6.595 parti e 100 mila prestazioni ambulatoriali. A fronte di tante nascite sono state 1.720 le interruzioni di gravidanza. Secondo uno studio, il 37 per cento delle donne che abortiscono non hanno un impiego stabile (10 per cento studentesse, 12 per cento casalinghe, 3 per cento in cerca di prima occupazione, 12 per cento disoccupate). Per queste donne «si potrebbe fare molto» sostengono al Cav, e della medesima opinione è Pardi. Tutte le polemiche che nella scorsa legislatura insorsero sulla proposta del ministro Francesco Storace di far entrare i Cav negli ospedali paiono non riguardare Pardi. «Ho un ottimo rapporto con loro. Certo, ricordo che il Cav (il primo in Italia) nacque qui in modo violento, come era inevitabile in quegli anni, ma poi è stato gestito in modo molto assennato. In fondo, lavoriamo entrambi per lo stesso scopo pur partendo da punti di vista distanti».
Però, se per il 37 per cento delle donne la ragione che le spinge all’aborto può essere rintracciata nella penuria economica, come la mettiamo con il restante 63 per cento che, secondo lo studio, «ha un impiego stabile»? «Io credo – risponde Pardi – che il problema più che economico sia esistenziale. Oggi non si sa più che cosa significhi procreare. Si vive questa realtà biologica come se fosse imposta dalla società». è come se fosse andato perso non solo il genio femmineo dell’accoglienza, ma anche fosse stata censurata la stessa realtà anatomica della donna. «La donna sceglie di non fare figli per essere competitiva con l’uomo. Scelgono di avere bambini dopo la carriera, dopo essersi sistemate, a quarant’anni anziché a venti. L’emancipazione femminile ha portato infine all’adozione di un modello maschile». E invece? «E invece perché non pensare anche che per una donna l’avere un figlio è la massima realizzazione? Cosa può esserci di più grandioso di una vita che ti nasce dentro? Cosa c’è di più grande del donare la vita?». Pausa. «Se potessi rinascere, rinascerei donna». Risata fragorosa.

Nove sani e un malato
Ai tempi del dibattito sulla legge 40 (fecondazione medicalmente assistita) il professor Pardi disse ad Avvenire a proposito dell’aborto terapeutico: «è un problema culturale e sociale. Abbiamo creato la cultura del feto perfetto: la donna vuole, esige un feto perfetto e rifiuta il benché minimo grado di imperfezione». «Oggi – ribadisce a Tempi – si presentano signore con referti da cui risulta che il bambino ha sei dita in un piede. Vivono questa banale anomalia come un dramma. Constato come questa leggera imperfezione porti molti a ritenere che la vita, non potendo essere considerata assolutamente impeccabile, non essendo “di qualità”, sia in qualche modo da rifiutare. C’è, cioè, una spaventosa difficoltà ad accettare l’imperfezione, la difficoltà. Anzi, diciamo meglio: non si accetta più la malattia. Per la cultura di oggi imperfezione uguale eliminazione. Ma tutto ciò è mostruoso. Non mi si fraintenda, ma, qualche sera fa, ho visto in televisione un documentario in cui si mostravano i referti dei medici nazisti che decretavano la messa a morte dei malati di mente. Li si eliminava perché imperfetti. Ecco, io non posso accettare che si pratichi l’aborto per correggere un’imperfezione. L’aborto serve solo per preservare la salute fisica o psichica della donna che ne fa richiesta».
Far capire che la medicina non può tutto e che nella vita ogni cosa è un po’ provvisoria e spuria è per il ginecologo della Mangiagalli ogni giorno più arduo. «Trent’anni fa di dieci pazienti che si presentavano davanti al medico, nove erano malati e uno aveva bisogno di qualche buona parola. Oggi da me arrivano un malato e nove sani. Si capisce?». A Pardi la questione sembra di fondamentale importanza: «Quel che voglio dire è che oggi il dottore, oltre a saper curare, deve saper parlare. Abbiamo bisogno di medici molto bravi a far capire ai loro pazienti come stanno le cose. Lo dico anche per il mio campo, dove il 30 per cento sono straniere».

Lo smoking dei dottori rispettabili
Ma non ci sono solo oceani linguistici da colmare, esistono anche montagne semantiche da scalare. Per Pardi oggi il problema è ritornare a nominare le cose per quello che sono. «Per questo non ho nessun problema a dire che l’aborto è un omicidio. La vita comincia col concepimento». Eppure, soprattutto durante il dibattito referendario sulla Fiv, furono in molti a sostenere che «la vita inizia a 14 giorni dal concepimento», che «prima dell’embrione c’è l’ootide», che «un bambino è tale quando lo decide la donna» (quest’ultima è di Carlo Flamigni). «Cosa? Tutte palle. La vita inizia quando i 23 cromosomi maschili si fondono coi 23 cromosomi femminili. Lo zigote ha in sé già tutto. E guardi che questo lo dice uno che ritiene la legge 40 uno schifo. è una legge fatta malissimo, piena di contraddizioni». Tuttavia «non bisogna mischiare le carte. Capisco che possa fare meno impressione l’uccisione di un delinquente armato fino ai denti rispetto a quella di un bambino indifeso. Ma in entrambi i casi si tratta di omicidio. Certi giochetti linguistici servono solo a intorbidire le acque».
Come quelli ormai tanto di moda a proposito delle cellule staminali, «lo smoking dei dottori rispettabili» le definisce Pardi. «Come medico non me la sentirei mai di mettere il bisturi sull’embrione. Però qui in Mangiagalli abbiamo feti provenienti da aborti da cui si potrebbero trarre cellule ad alto tasso di potenzialità. Perché non farlo? Capisco certe remore dei cattolici, però… Io sono ateo, non so se l’ho già detto».


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