Giordano Bruno, un po’ martire, un po’ spia

Detestava le donne e definiva gli ebrei “escrementi d’Egitto”. Ma Per l’industria culturale (e i sussidiari di Berlinguer) fu un campione del libero pensiero e l’antesignano dell’epoca dei lumi. Dimenticano, i divulgatori del mito, che la storia ci tramanda di lui il profilo di un brutto ceffo dotato d’ingegno. Un tale che, a quanto dice una autorevole biografia, tra una disputa e l’altra, arrotondava lo stipendio col fare la spia e mandare la gente al patibolo. Controcelebrazione del beato laico Giordano Bruno

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Caro, vecchio Giordano Bruno! Forse salendo sul patibolo sapeva già, grazie alla sua scienza occulta e prodigiosa, che il suo supplizio gli avrebbe procurato quella popolarità universale che aveva sempre cercato in vita e che non aveva mai riscosso. Eppure, intelligente e orgoglioso com’era, sapeva anche la verità di quell’antica massima, secondo la quale il genio è colui che dà argomenti di conversazioni agli imbecilli di tre secoli dopo. Per lo sventurato mago e filosofo è stato un tripudio trasversale, dalla Massoneria a “Liberazione” e solo pochi, come Tullio Gregory su “Il Sole 24 Ore”, hanno saputo delineare con sobrietà e precisione i tratti essenziali del suo pensiero.

Commemorazioni politically correct Ciò che è mancata quasi del tutto nella recente parodia di beatificazione (e spontaneo e paradossale è il confronto con santa Giovanna d’Arco) è stata una ricostruzione accurata della sua vita avventurosa, difficilmente scindibile dalla sua opera. In particolare, è il soggiorno londinese nel 1583 a essere stato obliterato, come in un “Ministero della Verità” orwelliano. Eppure è proprio a Londra che vengono composti capolavori come “La Cena delle Ceneri” e “Gli eroici furori”, ed è qui che conosce personalmente la regina Elisabetta I.

Questo “buco” storico è stato colmato da un docente dell’Università di York, John Bossy, e il suo volume “Giordano Bruno e il mistero dell’ambasciata” (Garzanti) è stato insignito del prestigioso Wolfson Award. Chi scrive è riuscito a reperirlo in una libreria “Remainders” al 70% di sconto, negletto e dimenticato, tra un manuale di suor Germana e un testo di Rosanna Lambertucci. L’impressione che il libro abbia avuto poco successo in Italia è confermata anche dal recentissimo ed eccellente studio di Matteo D’Amico “Giordano Bruno” (Piemme), laddove, con un ironico eufemismo, si definisce “non entusiastica” l’accoglienza da parte del pubblico italiano. Il perché sarà chiaro tra poco.

Fagot, il chiacchierone…

La tesi di Bossy è molto semplice. Giordano Bruno, il 7 aprile 1583, viene accolto nella casa dell’ambasciatore francese a Parigi, De Castelnau, su raccomandazione personale di re Enrico III. Il 20 aprile successivo Sir Francis Walshingham, capo dell'”Intelligence Service” del tempo, riceve il primo di una serie di rapporti provenienti proprio dalla casa di De Castelnau. L’autore è un certo Fagot, uno spiritoso pseudonimo che significa “chiacchierone” o “fascina” o, in gastronomia, “involtino di fegato”. Dalla corrispondenza, conservata negli archivi britannici, ed esibita da Bossy con scrupolo impeccabile, si può capire che Fagot è italiano, conosce il francese parlato ( un po’ meno quello scritto), comprende l’inglese, anche se fa finta di non capirlo, è un sacerdote ed è ferocemente antipapista. Denuncia i contatti di De Castelnau con i cattolici che cercano di introdurre testi religiosi in Inghilterra; arruola il segretario dell’ambasciatore perché intercetti la posta del suo padrone; contribuisce all’arresto del cattolico Francis Trockmorton che verrà atrocemente torturato e condannato a morte; denuncia (senza conseguenze) anche uno spagnolo che, in confessione, gli aveva rivelato di voler assassinare la Regina; e, soprattutto, sputtana completamente De Castelnau presso il governo inglese, tanto che “bruciato” dovrà far ritorno in Francia, ridotto in rovina. Questo Fagot, tuttavia, non parla mai di Giordano Bruno, italiano, poliglotta, sacerdote, seppure inabilitato a celebrare, e ferocemente anticattolico.

Un cattivista misogino e antisemita John Bossy, attraverso un confronto scrupoloso delle diverse calligrafie di Bruno con quella di Fagot, e mediante una serie di deduzioni degne di Conan Doyle, arriva a stabilire con estrema probabilità che Fagot e Bruno sono la stessa persona. Il fatto che il suo studio venga relegato nel campo delle ipotesi, non vale a negare che quella di Bossy sia l’unica teoria che dia un volto a Fagot e che, con ottime probabilità, è destinata rimanere tale. Il perché di questo imbarazzo si può comprendere facilmente. Solo un laico illuminato come Luigi Firpo ha potuto descrivere in “Il processo di Giordano Bruno”, frigido pacatoque animo, un processo drammatico, durato otto anni e sostanzialmente corretto, sia nella forma che nella sostanza. L’idea che Bruno fosse un infame che tradiva i propri benefattori non collima col mito che se ne è fatto, così come le pratiche di magia (e a Londra incontrò John Dee, il più grande negromante di tutti i tempi) possono inficiare, ma solo in apparenza, le sue portentose intuizioni sul cosmo e sulla psiche. Ciò che va smantellato, e subito, è quell’aura di santità laica del quale, spiritoso com’era, sarebbe il primo a ridere, e il riso può diventare incontrollabile, ove si pensi alla sinistra italiana che idoleggia uno al cui confronto Haider è un bambino dell’asilo. Si leggano, i femministaioli e antifascisti militanti le pagine di Bruno sulle donne, esseri inferiori, idioti e ripugnanti, e sugli ebrei, “escrementi dell’Egitto”. Bruno non era un buonista e tantomeno ipocrita, scrive Bossy, “Non sarebbe mai stato uno di quei pusillanimi che prima dicono che è peccato sputare in chiesa e poi vengono sorpresi a cagare sull’altare: Bruno avrebbe lordato l’altare tutto il tempo”
Un sincero intollerante Al tempo stesso era sincero quando rivendicava la libertà di ricerca e di pensiero, ma solo per se stesso, giacché anche Giovanni Gentile ammise che Bruno non aveva mai creduto nell’autonomia della coscienza individuale.

Ciò che lo rovinò fu una presunzione e un’arroganza proporzionate a un’intelligenza e a una memoria eccezionali, ma insufficienti a prevalere sugli odi che provocava. Ci si dovrebbe chiedere perché sia stato dichiarato “persona non gradita”, praticamente da tutti i paesi europei e sia tornato, alla fine, proprio in Italia per ottenere un’udienza dal papa. Giustamente il D’Amico parla del rogo del Campo de’ Fiori come di una sconfitta per la Chiesa, avvenuta dopo che erano stati esauriti tutti i tentativi per ragionare con un uomo che, vuoi per il fallimento dei propri progetti, vuoi per il tipo di sapienza acquisita o per il logorio di un’umana, ma lunghissima detenzione, pareva aver perso il senso della realtà.

Ancora oggi la lettura di una biografia del Nolano suscita una qualche immediata simpatia per lui, non fosse altro per quell’irritazione che provava coi semicolti del suo tempo, coloro, secondo una definizione di Del Noce “non sanno di non sapere” e che si divertiva a demolire e a schiacciare nei pubblici dibattiti, senza usare un poco di carità, anche solo umana se non cristiana; quella stessa irritazione che noi, cattolici incazzati, sentiamo verso i semicolti del nostro tempo che straparlano di Crociate e di Inquisizione e che ameremmo schiacciare con la faccia nella “buazza” se non riconoscessimo, in questo istinto, la prima conquista del nostro cuore da parte del Nemico.

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