Gilmar, il portiere che convinse i brasiliani che si può giocare a calcio anche con le mani

Le sue parate nobilitarono un ruolo bistrattato, e fecero di lui il “papà” di Julio Cesar, Dida e Taffarel. Ecco perché è diventato famoso

La faccia di O’Rey nasconde le lacrime sulla sua spalla, le giovani mani di quello che sarà il più grande giocatore brasiliano di sempre infondono tutta la gioia di una vittoria in Coppa del Mondo sul suo petto. Da una parte l’emozione di Pelé, 17 anni, incredulo per quel titolo vinto ai Mondiali di Svezia, dall’altra la maturità del suo portiere, Gilmar, dieci anni più anziano, unico estremo difensore nella storia del pallone ad aver vinto per due volte la massima competizione per Nazionali. Pochi minuti e anche la sua compostezza cederà ad un pianto di gioia per quel trofeo, coprendo con le mani la sua faccia al momento della premiazione con re Gustavo. La foto con Pelé è l’omaggio più bello al portiere brasiliano morto ieri 83enne dopo aver patito un ictus, uno tra gli estremi difensori più forti di sempre.

«O SEI MATTO O SEI FROCIO». Quella foto ritrae Gilmar con la maglia del Brasile, nazionale per cui è sceso in campo 94 volte, vincendo appunto due Mondiali e fissando il record di 17 partite internazionali senza subire reti.
Travolgente tra i pali, carismatico negli spogliatoi, ha accompagnato per anni Pelé anche con la maglia del Santos, e nell’universo calcistico carioca ha portato una piccola rivoluzione per il suo ruolo: popolo che fa del pallone uno strumento di espressione creativa e del gol una religione, perché in Brasile qualcuno avrebbe dovuto scegliere di giocare in porta? «O sei matto o sei frocio», si diceva dalle parti di Rio di chi metteva i guanti e sceglieva di giocare tra i pali.
Chi prima di Gilmar si era calato in quelle vesti con la maglia del Brasile è caduto nell’oblio: il più famoso si chiama Moacyr Barbosa, che difese la porta della Nazionale verde-oro ai Mondiali casalinghi del ’50. Era il numero uno più forte del mondo in quel periodo. Per la finale con l’Uruguay i brasiliani erano convinti di vincere (già il giorno prima i giornali parlavano di loro come “I campioni del Mondo”), ma il 2-1 con cui alla fine gli ospiti si imposero gettò una Nazione intera nella disperazione. E sulla rete decisiva di Ghiggia, Barbosa sbagliò del tutto il piazzamento, coprendo male il primo palo. Divenne il capro espiatorio di quella sconfitta: «Guarda, quello è l’uomo che ha fatto piangere tutto il Brasile»: più di vent’anni dopo veniva indicato così Barbosa ai bambini. Nel 2000 è morto povero, dimenticato da tutti.

MANI NUDE E PANTALONI CORTI. Fu con Gilmar che le cose cambiarono: diede nobiltà a quel ruolo, lo elevò con semplicità ed eleganza. Alto e slanciato, giocava senza guanti né ginocchiere, amava usare i pantaloni corti perché quelli lunghi limitavano i movimenti, e quando un portiere sa tuffarsi è bello da vedere e va ammirato in tutto lo splendore del gesto. Era attento anche allo spettacolo Gilmar, curava le parate fin lì.
«Peccato che la tivù dell’epoca appena in fasce non abbia potuto farlo diventare il personaggio che meritava», ha commentato José Altafini, suo compagno col Brasile in quel Mondiale di Svezia. «Era elastico, piuttosto alto per la media dell’epoca, nei palloni volanti si faceva valere. È stato il papà dei portieri brasiliani moderni, ha fatto scoprire questo ruolo ai giovani. Se in Italia poi è arrivato un esercito di numeri 1, da Taffarel a Julio Cesar, è perché lui aveva aperto la strada». In pantaloni corti e senza guanti.