Gelmini: «Al Pdl liberale serve un laboratorio culturale»

Intervista a Mariastella Gelmini: «La missione liberale del Pdl è rimasta incompiuta per un problema culturale. Dobbiamo fare autocritica ma siamo pronti ad assumere l’agenda di Monti nel 2013».

«Alle prossime elezioni il Pdl sarà più attrezzato per prendere in mano l’agenda Monti ma dobbiamo anche fare autocritica, perché la nostra missione liberale è ancora incompiuta». Dichiara così Mariastella Gelmini (nella foto) a tempi.it, che l’ha incontrata a Cesenatico, dove l’ex ministro dell’Istruzione ha partecipato al primo incontro di Dedalo 2012, evento organizzato dai giovani di Azione universitaria e che si concluderà domani.

Onorevole Gelmini, ha detto che occorre sostenere Mario Monti ma che il Governo del 2013 dovrà essere politico. Ha poi aggiunto che una scelta tecnica avverrà solo nel caso in cui le forze vincitrici non avranno i numeri sufficienti per governare. Significa che il Pdl è pronto a ereditare l’agenda Monti?
Nelle prossime elezioni, il centrodestra sarà più attrezzato per prendere in mano l’agenda Monti, che si traduce in meno spesa pubblica, meno Stato, meno debito e quindi meno tasse. È la ricetta liberale che Berlusconi da quando è sceso in campo ha cercato di applicare. Nello stesso tempo dobbiamo essere in grado di fare dell’autocritica, perché fino ad oggi siamo riusciti solo in parte a realizzare la missione liberale. Il rilancio del Pdl passa da questa riflessione, perché non si può solo dire meno tasse ma occorre attuare le condizioni per diminuire la pressione fiscale: concertazione, federalismo fiscale, applicare i costi standard, ecc. Tutte cose facili a dirsi, meno a farsi. Questa seria riforma va fatta poi dentro una visione cattolica: centralità della persona, della famiglia, della vita, in una visione europea. Sicuramente tale sfida non la può raccogliere la foto di Vasto con Bersani, Di Pietro e Vendola.

Perché le vostre riforme liberali sono rimaste incompiute?
Per un problema culturale. Una lacuna del Pdl ereditata da Forza Italia è l’assenza di un forte movimento culturale con l’appoggio di intellettuali: al pensiero di Berlusconi andava affiancato un laboratorio culturale. Il ruolo delle fondazioni che oggi nascono dalla politica è colmare questa lacuna importante perché un partito nell’epoca della comunicazione digitale non ha solo bisogno di sedi fisiche, di apparato e struttura, ma si nutre innanzitutto di idee, contenuti e progettualità. Avere un laboratorio culturale è più importante di avere un approccio partitocratico. Ci sono intellettuali come Piero Ostellino, Ernesto Galli della Loggia, Francesco Giavazzi e molti altri che possono trovare nel Pdl il loro partito d’appartenenza.

Aggiungiamo Oscar Giannino alla lista?
Mi auguro che non faccia un partito per attuare la rivoluzione liberale poiché è già una dimensione propria del Pdl. Se persone come Giannino pensano ad un partito, dobbiamo riflettere perché la crisi del Pdl è tutta lì. Per rivoluzione liberale intendo quel liberalismo sociale che rappresenta la nostra identità. E non sto parlando di liberismo.

Fate autocritica anche per non essere riusciti a portare a termine una riforma della giustizia?
È un obiettivo mancato e un problema attuale da affrontare. Abbiamo sbagliato perché abbiamo ritenuto irraggiungibile la grande riforma e abbiamo proceduto con piccoli pezzi che ogni volta il partito di Magistratura democratica e la sinistra hanno raccontato in modo distorto e sono riusciti a bloccare. Dobbiamo puntare alla grande riforma della giustizia e non più a piccoli ritocchi, puntare alla separazione delle carriere, della responsabilità civile, etc.

Molti pensano che sia colpa di Berlusconi se non si riesce a fare la riforma della giustizia.
Chiunque si cimentasse a portare a termine una riforma della giustizia riceverebbe il medesimo trattamento che ha ricevuto Silvio Berlusconi. Anche il ministro Paola Severino è partita con tante buone intenzioni, ma poi ha dovuto fare i conti con la situazione ereditata dal Governo precedente. Chiunque tocca la giustizia, non dico che muoia, ma subisce un’aggressione. È utopico pensare che al posto di Berlusconi qualcun altro possa trovare consensi. Il Pdl si deve attrezzare per essere in grado di portare a termine quella riforma, sapendo che con o senza Berlusconi l’ostilità sarebbe sempre altissima.

E Casini? Sarebbe felice di allearsi con il Pdl se non ci fosse Berlusconi.
Berlusconi rappresenta per Casini un alibi a cui non crede più nessuno, perché in questo anno ha avuto una moltitudine di occasioni per contribuire alla ricostituzione del centrodestra insieme ad Angelino Alfano. Anche prima dell’ipotetica discesa in campo di Berlusconi – ipotetica perché ancora non è ufficiale – Casini aveva già espresso la sua preferenza per la sinistra. Dialoga con Bersani più di quanto non abbia fatto con Alfano e per approccio tattico pensa che con la sinistra ha più chance di vincere e quindi si accoda. Tutti i suoi ragionamenti sono improntati su un mero calcolo e su un tatticismo con il fiato corto.