Giallo su una frase. Totò Cuffaro ricorre alla Corte di Giustizia europea

L’ex presidente della regione Sicilia, in carcere per favoreggiamento aggravato alla mafia, contesta il lavoro dei periti del tribunale. Una delle prove usate contro di lui riguarderebbe una frase pronunciata dalla moglie del boss Guttadauro: «Allora ragiuni avia Toto’ Cuffaro». Ma altri esperti avevano smontato la ricostruzione: «Si sentono solo le vocali O e A»

Qualcosa nel processo che ha portato in prigione Salvatore Cuffaro sembra non tornare. L’ex presidente della Regione siciliana si trova in carcere per scontare una condanna definitiva di 7 anni per favoreggiamento aggravato a Cosa nostra e rivelazione di segreto istruttorio nell’ambito del processo “Talpe alla dda”. Ma Cuffaro è ricorso alla Corte di Giustizia europea perché sostiene di non essere stato sottoposto a un equo processo, come previsto dall’articolo 6 della Convenzione europea dei diritti dell’uomo. Cuffaro ha anche chiesto la revisione del processo alla Corte di Appello di Caltanissetta.

Come può l’ex senatore dell’Udc sostenere tutto ciò? Secondo la stampa siciliana il ricorso conterrebbe una serie di censure alle perizie sull’intercettazione in casa del boss Giuseppe Guttadauro, e, in particolare, sulla frase “allora ragiuni avia Totò Cuffaro”, frase che, secondo l’accusa era stata pronunciata da Gisella Greco, moglie del boss e che documentava la relazione tra l’ex presidente e le famiglie mafiose. Ora, però, quella frase è al centro di un giallo perché Cuffaro e i suoi legali sostengono che si è, di fatto, ignorato le conclusioni di alcuni esperti secondo cui tale frase non fu mai pronunciata.

L’intercettazione, prodotta all’interno di un altro processo (Miceli) è stata acquisita come prova nel processo Cuffaro. Solo il consulente dell’accusa Baldassare Lo Cicero e un altro perito – Roberto Genovese – dicono che quella frase è tale. Ma, come si può ascoltare sull’archivio di Radio radicale, lo stesso Genovese, davanti al presidente del collegio giudicante, ammise che l’udibilità della stessa non era così netta e che lui in prima persona conservava qualche dubbio. Non solo, Genovese ammise di non essere un esperto (in effetti è solo un perito geometra), ma, incalzato dai giudici, confermò di aver sentito la frase senza l’ausilio di mezzi tecnici, ma con il suo udito. Fu per questo che, sempre durante il processo a Cuffaro, il Tribunale decise di chiedere una perizia anche a un tecnico della Polizia scientifica di Roma, Giampaolo Zambonini.

Zambonini spiegò come aveva operato: «È stato fatto un ascolto da parte di un gruppo di dieci persone, appartenenti al servizio della scientifica. Il file audio è stato fatto ascoltare circa dieci volte agli operatori, singolarmente e in tempi diversi. Nessuno degli operatori è stato in grado di individuare il nome “Totò Cuffaro” autonomamente. Solamente dopo aver selezionato la parte oggetto di indagine, gli operatori sono stati concordi sulla presenza auditiva delle sole vocali “O” ed “A”».

Sebbene, quindi, le perizie arrivassero a conclusioni molto diverse, con due pareri contro dieci e i mezzi usati fossero diversi, il Tribunale ha ritenuto attendibile soltanto la tesi di Genovese così come la Corte d’Appello, che ha aggravato la pena a Cuffaro con il riconoscimento dell’aggravante di aver voluto favorire la mafia.

Ora Cuffaro spera nella Corte di Giustizia europea. Il suo dito è puntato contro l’approssimazione nel reperimento delle prove, la manipolazione impropria delle intercettazioni, la mancanza di terzietà o quantomeno di serenità dei soggetti giudicanti.