«Gettate le chiavi», ma ricordate che i diritti valgono anche per i detenuti peggiori

Al regime detentivo speciale ci sono anche carcerati malati e semi-agonizzanti, perché? Ad alcuni gli agenti non possono nemmeno rivolgere la parola, perché?

  •  
  •  
  •  
  •  
  •  
  •  

carcere-italia-ansa

Pubblichiamo l’articolo contenuto sul numero di Tempi in edicola (vai alla pagina degli abbonamenti)

I cronisti di giudiziaria lo chiamano «41 bis», dando per scontato che i lettori sappiano che quel numero descrive un articolo della legge sull’ordinamento penitenziario: la norma che regola la detenzione all’interno delle strutture carcerarie italiane. Il 41 bis è in realtà il «regime detentivo speciale», istituito nel 1992 a cavallo delle due stragi mafiose di quell’anno (Capaci e via D’Amelio), ed erede a sua volta delle «carceri speciali» create negli anni Settanta contro il terrorismo e poi abolite nel 1986 con la legge Gozzini.

La legge, modificata nel 2002, prevede restrizioni gravi per i detenuti più pericolosi, cioè mafiosi o terroristi, cui giustamente si vogliono evitare contatti con l’esterno. Così viene ammesso un solo colloquio telefonico mensile con i familiari e con i conviventi «della durata massima di dieci minuti e sottoposto a registrazione»; le ore d’aria non possono essere più di quattro al giorno, e devono svolgersi in gruppi inferiori a cinque persone; i colloqui possono avvenire al massimo una volta al mese, e devono svolgersi «in locali muniti di vetri o altre separazioni a tutta altezza, che non consentano il passaggio di oggetti di qualsiasi natura, tipo o dimensione». Chi è sottoposto al 41 bis (erano 721 uomini e sette donne al 31 dicembre 2015, prevalentemente mafiosi, soprattutto camorristi) non può ricevere dall’esterno generi alimentari «che secondo l’uso richiedono cottura», la sua corrispondenza è sottoposta a visto di censura, non può scambiare nulla con altri detenuti, gli è vietato cucinare, non può tenere del detersivo, la cella può essere perquisita anche più volte alla settimana.

Fin qui, diranno i lettori, nulla di sconvolgente. Certo, nel paese in cui la frase più pronunciata nei confronti del detenuto medio è «buttate la chiave della sua cella», la scarsa sensibilità al tema non stupisce. Ma la Commissione diritti umani del Senato, presieduta da Luigi Manconi, ha svolto un accurato esame sull’applicazione concreta del 41 bis. E i risultati della ricerca dovrebbero far pensare anche i “gettatori di chiavi”. Al regime detentivo speciale ci sono prigionieri malati, se non addirittura semi-agonizzanti come era l’ultraottuagenario Bernardo Provenzano, che, prima di morire lo scorso 13 luglio, era incapace d’intendere e di volere ma rimaneva nel regime duro. E uno si domanda: perché? Ci sono detenuti in isolamento, nelle cosiddette «aree riservate», ai quali nemmeno gli agenti possono rivolgere parola: perché?

La Commissione critica i criteri inutilmente afflittivi della sorveglianza, che nelle aree destinate al 41 bis avviene 24 ore su 24 attraverso telecamere in cella e a volte anche nei bagni, che gli agenti possono sorvegliare in qualsiasi momento da uno spioncino. Anche qui: perché? A che cosa serve?

«Quanto da noi descritto è spesso orribile, incompatibile col dettato costituzionale e umiliante per lo Stato e per il nostro ordinamento», dice Manconi, una vita spesa per il garantismo coniugato da sinistra. «Il 41 bis ha l’unico ed esclusivo scopo d’interrompere le relazioni tra il detenuto e la criminalità esterna. Tutto il resto, in quanto non previsto, quando si riveli afflittivo è illegale».

I “gettatori di chiavi” saranno certamente infastiditi da questo esercizio di garantismo. Penseranno probabilmente che queste sono soltanto ubbie, quisquilie, inutili fanfaluche. Diceva un tizio, invece, che un paese si misura dalla civiltà delle sue carceri. Continuare a pensare che i diritti debbano valere anche per i condannati e per i detenuti, e perfino per i peggiori tra loro, è il più alto esercizio di libertà.

Foto Ansa

  •  
  •  
  •  
  •  
  •  
  •