George Best, il “Quinto Beatle” che giocava «per far divertire il pubblico. E basta»

Sette anni fa si spegneva l’imprevedibile talento del Manchester United. Una vita di dribbling ed eccessi, paradigma dei fantasiosi anni Sessanta

 «Maradona good, Pelé better, Georgie… Best!». In tanti lo credono. La folle essenza del “Quinto Beatle” ha stregato il cuore di appassionati di ogni età, che oggi ricordano l’ex-numero 7 dello United a 7 anni esatti dalla sua morte. Era il 25 novembre del 2005 quando, 59enne, George si spegneva al Cromwell Hospital di Londra, per un’infezione epatica. Se ne andava un pezzo di calcio degli anni Sessanta, pioniere di un modo di vivere lo sport tutto nuovo, molto più popolare, leggero ma sempre sotto i riflettori, spesso irriverente nei suoi toni. Un talento sopraffino, che con le sue mani aveva edificato un mito, eclissatosi poi per la sua stessa follia.

«Facevo discorsi di squadra molto semplici. Dicevo solamente: appena è possibile, date la palla a George». Matt Busby di talenti era grande esperto: con lui al Manchester ha giocato gente come Duncan Edwards, Denis Law, Bobby Charlton… E se era lui a dirlo chiaro e tondo che Georgie era il migliore, i numeri della straordinaria carriera del ragazzo di Belfast aggiungono solo qualche particolare, e spiegano ancora meglio la paradossalità di questo giocatore: a 22 anni diventava campione d’Europa, a 28 si era già consumato e praticamente smetteva di giocare, abbandonando lo United e iniziando una lunga peregrinazione in campionati minori. Lo sport tante volte sa davvero essere una straordinaria personificazione delle epoche che attraversa: qualcuno nella faccia di Best vede il paradigma degli anni Sessanta, così fantasiosi e impazienti di trasformazioni.

Chissà perché questi giocatori sempre fuori dagli schemi sono sempre riusciti a far impazzire la gente. Best, Sivori, Maradona, Gascoigne… Sotto una maglia, un crogiolo di classe, talento e colpi di testa. Sarà perché sono campioni che fanno sognare, e quindi a loro tutto è permesso, sarà perché con quella sregolatezza riescono a scendere dal piedistallo su cui gli sportivi vengono spesso innalzati, per scendere ai livelli della gente di tutti, in un mix fantastico di abilità ed eccessi. «Io ho sempre giocato per piacere, per divertire me stesso e i miei fan», diceva sulla sua carriera, con lo stile leggero e frizzante che ha sempre caratterizzato la sua vita. «Quando ho iniziato io, l’Inghilterra era fantastica. Si cominciavano a portare i capelli lunghi, la musica era favolosa, la moda era meravigliosa e anche il calcio britannico non era male. Vincevamo le coppe europee e ogni anno una squadra diversa vinceva il campionato. Oggi invece ci sono solo Manchester United, Chelsea e Arsenal. Che noia… Non si giocava con gli orecchini, i capelli colorati, i tatuaggi sui polpacci. Io, Di Stefano, Pelè, i miei amici dello United facevamo divertire la gente. Allora il calcio era divertimento… Penso che si dovrebbe sempre scendere in campo sorridendo ed è quello che facevo io. Oggi invece è tutto troppo maledettamente serio, perché ci sono troppi soldi, perché se perdi è la fine del mondo. E ti dico che se tornassi in campo oggi, rifarei tutto allo stesso modo, giocherei per far divertire il pubblico, e basta».

George Best non è stato soltanto uno sportivo rovinato dal suo stesso eccesso di desiderio, da quel volere tutto e subito che l’ha portato a cadere nel mondo dell’alcool, e con questo distruggersi. È stato un artista autentico nel suo modo di vivere il calcio, spensierato attore di questo mondo che iniziava a riconoscersi business e di questo se n’è fatto un baffo, campione dannatamente forte e dannatamente folle.