Ganzer e Riccio: due eroi, due misure

Identiche le accuse, analoghi i ruoli ricoperti. Cosa divide allora i destini dei due carabinieri Ganzer e Riccio, l’uno condannato duramente per i suoi metodi di indagine borderline e l’altro quasi giustificato? I misteri di un caso in Cassazione

Il 10 marzo giungerà in Cassazione il processo contro il colonnello Michele Riccio e gli uomini della sua squadra Ros e Dia di Genova, protagonisti di clamorose indagini sul narcotraffico tra gli anni Ottanta e Novanta. Un processo dimenticato dalle cronache, eppure speculare a un altro caso molto discusso, il processo contro l’attuale comandante del Ros, il generale Giampaolo Ganzer, e un gruppo di marescialli di Bergamo.

Raffinerie di droga, sottrazione di reperti (droga e denaro), cessioni di stupefacenti per le operazioni, falsificazione di atti. Medesime le imputazioni, analoghi i fatti ricostruiti: diametralmente opposte le conclusioni. A Milano Ganzer, per il grado ricoperto, è stato ritenuto il principale colpevole e condannato in primo grado a 14 anni (condanne dai 6 ai 10 anni per i sottoposti). A Genova il colonnello Riccio, vertice indiscusso della “mitica squadra” e reo confesso di diversi reati, è stato condannato in appello a 4 anni e mezzo (in primo grado a 9). Tutti i suoi sottoposti sono stati prosciolti, eccetto uno, da 15 anni in carcere, il maresciallo Giuseppe Del Vecchio. Condannato a ulteriori 24 anni di reclusione.

Perché questa disparità di trattamento? Del Vecchio e Riccio sono stati condannati per gli stessi reati. Ma la sentenza d’appello ha distinto tra «chi ha agito comunque per uno scopo di servizio, pur gravemente malinteso (Riccio, ndr) e chi ha gestito i reperti come cosa propria, impossessandosene per fini personali di lucro (Del Vecchio, ndr)». Eppure, nella stessa sentenza, i giudici hanno ritenuto colpevole il colonnello Riccio perché già dall’84, sei anni prima dell’arrivo del maresciallo Del Vecchio nel suo reparto, cedeva droga per compensare le “dritte” di un confidente. E già nel ’92 rivendeva reperti per «la realizzazione di denaro» per coprire le spese delle operazioni.

Del Vecchio, che ha raccolto encomi per il lavoro svolto in operazioni non oggetto di indagine, ha lavorato con Riccio solo a partire dal ’90. Ai giudici ha spiegato di essersi adeguato ai metodi del reparto e di aver obbedito agli ordini del superiore, ma soprattutto di essere stato raggirato dal suo colonnello, che diceva di agire con l’avallo dei magistrati. Del Vecchio non è stato ritenuto attendibile in due gradi di giudizio. Ecco un altro mistero del “caso Riccio”. Innanzitutto perché, nel corso dei dibattimenti, sono state ritenute attendibili numerose testimonianze di autorevoli pm e ufficiali (non indagati) che hanno confermato le parole di Del Vecchio.

In secondo luogo perché diversi tribunali hanno emesso negli anni sentenze, oggi definitive, in cui si sostiene la piena attendibilità dello stesso maresciallo. È successo almeno in due processi a Torino e altre due volte proprio a Genova, dove si è registrata la contraddizione più clamorosa: il verdetto su un altro maresciallo della squadra, Giovanni Ferrari, che era stato stralciato dal “processone”. Imputato per un’operazione in cui aveva lavorato con Del Vecchio, è stato assolto in via definitiva perché per i giudici «non v’è prova alcuna che Ferrari e Del Vecchio abbiano agito fuori dal progetto investigativo comune al comandante del reparto, e per fini diversi. Può ritenersi processualmente raggiunta la prova che Riccio coordinasse l’operazione». In questo caso la ricostruzione dei fatti di Del Vecchio «non solo appare provata, ma risponde ad un logica».

Quando invece il colonnello e Del Vecchio sono stati giudicati nel processo madre per la stessa operazione, con i medesimi testimoni e le stesse prove di cui sopra, i testimoni sono diventati inattendibili e «la prova che Riccio coordinasse l’operazione» non c’era: Del Vecchio è stato condannato per aver agito di propria iniziativa. Perché nelle pagine in cui la Corte d’appello di Genova spiega di ritenere Del Vecchio inattendibile non vi è quasi traccia delle sentenze che dicono il contrario? E perché, se il maresciallo è un bugiardo, le procure di Genova, Torino e Parma lo hanno ritenuto tanto attendibile da chiedere per lui i benefici della collaborazione con la giustizia? Ma soprattutto perché Riccio secondo i giudici è attendibile sebbene non si sia mai sottoposto all’esame del pm o dei difensori altrui se non su specifici temi da lui scelti?

Senza contare che il colonnello, per gli stessi fatti, prima ha ammesso la completa responsabilità (dopo l’arresto nel ’97), poi ha dichiarato di essere vittima dei giudici (tra il ’98 e il 2001) e infine ha indicato il solo Del Vecchio come responsabile dei crimini imputati (dal 2001 a oggi). Ma il mistero più grande è il motivo per cui, all’ultimo istante, l’accusa ha gettato la spugna, rinunciando a ricorrere in Cassazione, dopo che per due gradi di giudizio aveva chiesto una riduzione della pena per Del Vecchio, ritenendolo sincero e mero esecutore degli ordini del suo superiore, il colonnello Riccio.

Dal punto di vista cronologico, il processo inizia con un evento significativo: l’istanza di remissione del procedimento ad altra città, presentata dal colonnello «per il rancore che alcuni magistrati del distretto di Genova nutrono, determinato dal fatto di essere rimasti coinvolti nelle indagini da lui condotte in passato». Nel documento il colonnello sciorinava un elenco di magistrati liguri che egli riteneva essere «iscritti» a logge massoniche, tra i quali proprio il procuratore generale di Genova e un notaio suocero di una pm che indagava sul suo caso. La Cassazione ha rigettato l’istanza, ma quel lungo elenco è rimasto, incandescente allegato, agli atti del processo.

Coincidenza ha voluto poi che nel collegio d’appello che ha ridotto la pena al colonnello ci fosse anche Maria Gavina Meloni, indicata da Riccio nella remissione in quanto figlia del procuratore capo della città, «vicenda che causava non pochi problemi e fastidi al colonnello e al generale Bozzo» si legge nell’istanza. Ma perché nominare il generale dei carabinieri Nicolò Bozzo, uomo molto importante in Liguria che però con le vicende giudiziarie di Riccio nulla ha a che fare?

Quanto agli altri giudici del collegio d’appello del caso Riccio, le cronache ricordano che, in particolare, il presidente della Corte Giorgio Odero e il giudice Giorgio Pareo furono protagonisti di un altro caso discusso: il processo alla famiglia Riva, proprietaria del colosso siderurgico Ilva, aperto in seguito alla denuncia di 1.050 cittadini esasperati dalle emissioni tossiche degli impianti (361 morti causate dall’inquinamento).

In primo grado i Riva erano stati condannati, ma in appello, nel 2009, con Odero e Pareo giudicanti, avvenne che, come strillò all’epoca il titolo di Repubblica, “Un cavillo salva Riva, il caso Ilva va in prescrizione. Clamorosa decisione dei giudici d’appello”. Tra l’altro dieci anni prima, nel 2000, il giudice Pareo era stato sottoposto a procedimento disciplinare da parte del Csm. L’organo di autocontrollo della magistratura aveva infatti ravvisato per il magistrato «la sussistenza dell’illecito» all’epoca in cui, da giudice istruttore del tribunale civile di Genova, in una causa contro un colosso locale della sanità privata, Pareo aveva violato il dovere di correttezza e riserbo, con «comportamenti suscettibili di essere interpretati come atteggiamenti di parzialità o di non totale e sereno distacco dalle parti del processo». In seguito Pareo passò alla sezione penale.