Animalisti ed ecologisti odiano l’animalità dell’uomo

Animalisti, ecologisti e promotori del ddl Zan non possono ridurre in modo ideologico a proprio vantaggio il discorso della Gallavotti

Una scena di caccia nella campagna romana

L’uomo è un animale assolutamente speciale. È l’unico animale che scrive poesie, disegna e dipinge (dal tempo dei graffiti sulle grotte di Lascaux), scolpisce forme. L’unico che non si limita a emettere versi ma parla, e il suo linguaggio porta con sé un universo simbolico (Lacan). L’unico che ha coscienza del tutto della realtà, ovvero è lui stesso quel luogo della realtà dove essa prende coscienza di se stessa («l’uomo autocoscienza del cosmo», Luigi Giussani). L’unico dotato di una coscienza morale che gli fa distinguere il bene dal male, il giusto dall’ingiusto, e gli ispira il senso di colpa. L’unico che ha coscienza dell’ineluttabilità della propria morte. L’unico che si pone le domande sul significato ultimo della realtà e della vita (Leopardi, Canto notturno di un pastore errante dell’Asia). L’unico che invoca la divinità: la adora, la teme, le si affida.

Lo ha riconosciuto anche Gallavotti

Perciò tutto l’entusiasmo per l’animalità dell’uomo che connota ampi strati del movimento ecologista e che ha recentemente conosciuto un picco anche nel mondo Lgbt, in corrispondenza dell’intervento della biologa Barbara Gallavotti che ha evidenziato la diffusione dei comportamenti omosessuali nelle specie animali, dimostra di essere quello che è: la riduzione ideologica di un discorso che meriterebbe ben altri approfondimenti e ben altre sfumature. La prima e la più importante delle quali è venuta dalla Gallavotti stessa, che ha messo in guardia dal semplicismo di chi volesse improntare i comportamenti umani a quelli rilevabili in ambito zoologico.

Qualunque comportamento umano vogliate promuovere o condannare, prescrivere o proibire, tollerare o scoraggiare, dovete farlo sulla base di argomentazioni culturali, e non zoologiche, perché il proprio dell’uomo è la cultura, e non l’animalità, che è ciò che ha in comune con gli animali. Ma per muoversi in questo solco (che la Gallavotti stessa suggeriva) occorre amore per la verità, occorre un approccio intellettuale. Invece i militanti ecologisti e Lgbt non sono degli intellettuali, ma sono, appunto, dei militanti, e ai militanti non interessa la verità, ma la promozione della causa di cui sono adepti con tutti i mezzi. Checché ne dicesse Gramsci, la verità non è sempre rivoluzionaria.

L’appello ideologico

Ma noi non siamo qui per irridere nuovamente la stupidaggine secondo cui la presenza di alcuni comportamenti sessuali nel mondo animale rappresenta di per sé la giustificazione piena della loro presenza anche in ambito umano. Non siamo qui per ripetere che, se così fosse, anche stupri individuali e di gruppo, femminicidi e maschicidi, soppressioni fisiche della prole, pedofilia e necrofilia, monopolio del sesso da parte di pochi, esclusione dal sesso per la maggioranza, ecc., comportamenti radicati e diffusi a livello zoologico, diventerebbero assurdamente normativi. Oggi occorre fare un passo avanti: denunciare la natura ideologica dell’appello all’animalità dell’uomo intesa come la strada maestra per il recupero dell’armonia fra uomo e ambiente; quell’appello che in occasione della “Giornata della Terra” fa dire a Gianfelice Facchetti, non si sa perché eletto a guru del pensiero con tanto di rubrica nel Tg regionale della Lombardia, che l’uomo non è un animale speciale, ma solo una specie più fortunata delle altre; che fa dire a Mario Tozzi, conduttore del programma televisivo Sapiens – Un solo pianeta su Rai 3, che nel corso della storia gli esseri umani hanno sterminato i lupi perché questi gli ricordavano l’animalità predatoria da cui pure noi discendiamo.

Questi sono discorsi pericolosissimi, che ci spingono su una china che il XX secolo ha già rovinosamente percorso. E sono pure discorsi ipocriti, perché nella realtà dei fatti una quota maggioritaria del mondo ecologista e animalista mostra orrore per l’animalità dell’uomo.

Gli ecologisti odiano l’uomo animale

Che cos’è l’esecrazione della pratica della caccia se non una forma di orrore per l’animalità dell’uomo, che per natura è anche cacciatore? Che cosa sono il vegetarianismo e il veganismo se non forme di orrore per l’animalità dell’uomo, che per natura è anche un consumatore di carne? Guardate i vostri denti allo specchio: per cosa credete che la natura vi abbia regalato i quattro canini che nelle due arcate dentali si trovano subito al fianco degli incisivi? Da dove arrivano tutti i discorsi sui presunti diritti degli animali, se non da una antropomorfizzazione degli animali, cioè dalla negazione della loro stessa animalità e dell’animalità dell’uomo? Diritti e doveri sono propri dell’essere morale, che è solo l’essere umano.

Se gli animali fossero esseri morali, avrebbero non solo diritti, ma anche doveri. E quali mai sono i doveri degli animali? Non esistono, perché nel mondo animale non esistono diritti e doveri, ma solo istinti. L’animale che uccide altri animali non compie alcun delitto, non vìola alcun diritto altrui alla vita: sta soltanto esprimendo la sua natura istintuale, che non prevede i sensi di colpa. Conformemente alla sua animalità, l’essere umano uccide anche lui altri animali; ma conformemente alla sua natura morale deve avere degli scrupoli: deve giustificare le uccisioni, deve evitare la crudeltà, deve poter prendere la libera decisione di non uccidere. 

Le contraddizioni degli animalisti

La più grande negazione dell’animalità dell’uomo è rappresentata dalla tecnologizzazione della sua vita, in particolare quella che riguarda la procreazione. La fecondazione extracorporea degli ovuli femminili e lo sviluppo tecnologico che nei prossimi anni porterà all’utero artificiale e a una forma di procreazione totalmente emancipata dal corpo della donna sono (non solo ma anche) la più grande negazione immaginabile dell’animalità dell’uomo. C’è un vero e proprio orrore dell’unione sessuale come via ordinaria della procreazione alla base dell’artificializzazione integrale della riproduzione umana; unione sessuale procreativa che è caratteristica di tutte le specie animali più evolute.

Perché animalisti ed ecologisti non vengono messi di fronte a tutte queste contraddizioni? Ma perché la loro ideologia è utile a chi deve fare certi conti: serve a portare avanti il discorso sull’eutanasia e il suicidio assistito, in nome dell’analogia col comportamento dei branchi che ai predatori lasciano i loro esemplari anziani e malati; serve (nel caso della “naturalità” dell’omosessualità) alla propaganda Lgbt che a sua volta serve a riformare l’istituzione familiare per aumentare i consumi in funzione dei profitti dell’economia capitalista; serve come armamentario polemico contro le visioni religiose dell’uomo inteso come creatura di Dio, essendo la visione religiosa un limite posto all’approccio strumentale e tecnocratico nei riguardi della vita umana.

Esaltare l’animalità genera mostri

Insomma, l’appello all’animalità dell’uomo non è per niente innocente, e la sua intima contraddittorietà è foriera solo di catastrofi. Proprio perché non è un animale come gli altri, l’uomo non potrà nemmeno volendolo retrocedere totalmente alla sfera istintuale, ma interpreterà sempre in termini filosofici e ultimamente politici il richiamo all’animalità. Nel 1887 Friedrich Nietzsche pubblicava Genealogia della morale, dove si legge: «Alla base di tutte queste razze aristocratiche non si può non riconoscere l’animale da preda, la trionfante bestia bionda che vaga alla ricerca della preda e della vittoria; questo fondo occulto, di tanto in tanto ha bisogno di scaricarsi, l’animale deve uscire di nuovo alla luce, tornare alla vita selvaggia, – nobiltà romana, araba, germanica, giapponese, eroi omerici, vichinghi, scandinavi – si assomigliano tutti in questo bisogno». Quarantasei anni dopo, il nazismo saliva al potere in Germania. Ma qualcuno non ha ancora imparato.

@RodolfoCasadei

Foto Ansa