Da “faraone disonesto” a “Fulham’s hero”: finisce l’era Al-Fayed

“A Fulham’s hero”. Il titolo del Telegraph rende il giusto omaggio alla presidenza di Mohamed Al-Fayed alla guida dei Cottagers, più dei finti baffoni indossati dal magnate egiziano all’atto di vendita della società a Shahid Khan, milionario americano ma di origini pakistane (e dai folti mustacchi in volto). Venerdì si è chiusa un’epoca per il calcio londinese: 17 anni in cui l’ex proprietario dei magazzini Harrods ha letteralmente trasformato la squadra bianco-nera, portandola dalla terza serie inglese alla Premier, riuscendo a vincere l’Intertoto e affermarsi come tranquillo club della massima serie, e arrivando a togliendosi pure lo sfizio di battere alcune grandi del calcio, come la Juve, nel 2010, vittoria 4-1 tra le mura amiche, a detta di molti la più bella partita di sempre vista a Craven Cottage.

VOLEVA FARE LO “UNITED DEL SUD”. Non è un caso quindi che Fayed sia diventato un presidente ben voluto da tutta la tifoseria, e capace di riscuotere grande stima ovunque in Premier. Dal ’97 ad adesso molto è cambiato: c’era diffidenza verso di lui, figura conosciuta come il “Phoney Pharaoh” (“faraone disonesto”), arrivato promettendo di fare del Fulham “Il Manchester Untied del sud”, si pensava che il suo interesse all’acquisto del club fosse mosso unicamente dalla possibilità di avere un’agevolazione in più a diventare cittadino britannico. La storia e il tempo hanno dato ragione alla sua presidenza, plasmando la sua mentalità calcistica, da investitore agguerrito a nostalgico innamorato. La tifoseria si è innamorata di lui e ora lo ringrazia, vedendo nell’egiziano un magnate un po’ diverso da chi come lui arriva dal Medio Oriente con in tasca tanti quattrini da investire nel calcio e alla fine si trova a drogare mercato e campionati. Ora che lascia, c’è chi dice che a breve possa essergli intitolata una tribuna dello stadio.

“SQUADRA DI FAMIGLIA”. E il merito va cercato nel suo modo sempre discreto di seguire la squadra, senza cercare di stravolgere tutto in poco tempo, puntando a risultati inimmaginabili per quel portafoglio e quella piazza. Al-Fayed è sempre stato cauto, puntando sì all’inizio alla risalita in Premier, ma poi cercando di crescere passo dopo passo, un poco alla volta. La sua non è stata una leadership muscolosa, tronfia e roboante, ma sempre rispettosa dell’essenza del Fulham, “squadra di famiglia” per molti tifosi. E poco ha cercato di mettere becco anche nelle vicende di spogliatoio, lasciando spesso i propri allenatori liberi di scegliere: è stato più custode del Fulham che proprietario, come per altro Khan ha promesso che farà nei prossimi anni. Grande consenso ha ricevuto poi il ritorno a Craven Cottage, storico stadio del Fulham, vero e proprio gioiello dello sport britannico: pesava a inizio anni 2000 il dover andare ospiti a Lotus Road, casa del Qpr. Così gli è stato perdonato pure quello scempio della statua di Micheal Jackson, costruita pochi anni fa fuori dallo stadio: l’omaggio al cantante americano suscitò non poche critiche tra tifosi e non, ma Al-Fayed difese sempre la sua scelta, ricordando il giorno in cui la pop star fu ospite a Craven Cottage per vedere un match dei Whites.

KHAN È L’UOMO GIUSTO. Ora che ha 84 anni lascia la sua poltrona ad un nuovo magnate, con la coscienza di aver scelto l’uomo giusto cui fare spazio, quello che può garantire la continuità migliore al suo lavoro e spingere il Fulham verso “the next stage”: difficile capire cosa possa voler dire in una Premier sempre più ricca e spendacciona, dove le grandi si fanno sempre più combattive e la concorrenza appena dietro è agguerrita come non mai. I soldi però di Khan ci sono, e anche lui ha fatto del rispetto della storia la filosofia con cui presentarsi, impegnandosi, prima di promettere grandi arrivi, a garantire «sia alla squadra che al Craven Cottage un futuro vitale e sostenibile in Premier League».La stagione è alle porte: da agosto si vedrà chi ha avuto ragione.

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