Francesco De Gregori, “Pubs and Clubs” è il suo live migliore

Aveva salutato l’avvenimento con interviste e dichiarazioni roboanti: era il gennaio scorso e Francesco De Gregori annunciava che il live della sua recente tourneè nei club e nei piccoli locali da piano bar, sarebbe stato editato solo su i-Tunes. Ormai il futuro è della rete e anche la musica lo è. Sembravano concetti inappuntabili, ma il grande cantautore romano non aveva fatto i conti con il suo target di riferimento: i cinquantenni e sessantenni. Quelli che, se vogliono ascoltare una novità, escono di casa per entrare in un negozio di dischi e, anche se innamorati del vinile, comprano un “fisico” cd, composto di packaging, foto e (possibilmente) libretto dei testi. Ma l’esperimento andava fatto: e così Pubs and Clubs. Live @ The Place, questo il titolo della nuova produzione, ha vissuto i primi mesi della sua esistenza in condizione “liquida”, scomparendo ben presto tra i dischi più scaricati segnalati dalle classifiche specializzate.

Benvenuta quindi la decisione di pubblicarlo anche in formato cd, senza però che la stampa specializzata dedicasse attenzione alla notizia. Insomma, non proprio una strategia di marketing riuscita alla perfezione. Peccato però, perché questo live di De Gregori è uno dei più belli e trascinanti, non solo dello stesso cantautore, ma dell’intera schiera di protagonisti della musica d’autore tricolore da qualche anno (parecchi) a questa parte.  In Pubs and clubs ci sono più di settanta minuti di un De Gregori in forma smagliante, completamente padrone della scena, sicuro, in quella voce un po’ sghemba, ormai marchio di fabbrica, incastonata in una serie di titoli memorabili, una scaletta fatta di successi storici e qualche brano da rivalutare.

Ma la riproposizione di questi brani potrebbe apparire scontata e rituale se il gruppo che sorregge le interpretazioni non costruisse un treno di arrangiamenti dal suono scintillante, esplosivo, commovente, decisamente rock, nella sorpresa generale. E De Gregori ci sta, abbandona per sempre la sua aria musona da aristocratico del pop folk italiano e si diverte a immaginare nuove versioni, tutte riuscitissime, della sua produzione più immediata. Certo, l’atmosfera del club agevola la riappropriazione delle canzoni non solo da parte del suo autore, ma anche degli spettatori. Si apre con due tracce tra il boogie e il Dire Straits sound, Alice diventa un tenero valzer, Titanic si trascina entusiasmante con quell’andamento retrò da efficace swing, La storia e La donna cannone sono portate all’ennesima potenza evocativa, Buonanotte fiorellino è confusa tra riff di chitarre e il Bob Dylan di Rainy Day Women #12 &35 e per concludere arriva un’acustica e fortunatamente non sfregiata Generale. Cosa aspettate? Non siete ancora usciti di casa per comprare il cd?

  •  
  •  
  •  
  •  
  •  
  •