L’autore di “Ventimila leghe sotto i mari” è pazzesco. L’ho riletto ora che sono insegnante e mi sono detto: che grazia che ho ricevuto a immergermi giovanissimo col capitano Nemo invece di trovarmi in mano uno smartphone
Jules Verne (1828-1905)
L’altro giorno ero a pranzo con un amico che è un punto di riferimento educativo importante per tanti ragazzi universitari. Mi raccontava che i genitori si lamentano con lui: «Non è come ai nostri tempi, i nostri figli non leggono un tubo!». Al che, l’amara constatazione del mio amico: «Certo, è vero: ma chi è che ha messo loro in mano un cellulare fin da quando avevano dodici anni?».
Non è la classica tiritera luddista: il problema c’è, ed è serio. Da un paio d’anni insegno in università e mi sono reso conto anch’io che gli studenti (di Lettere) non hanno letto, non leggono e ormai difficilmente leggeranno. È quasi sempre vero, infatti, che o si inizia da piccoli, o poi diventa complicato. E ha ragione il mio amico a dire che una troppo lunga frequentazione con lo smartphone logora il cervello, come le pietre levigate dal ruscello: il sasso è duro, ma l’acqua alla lunga agisce, che il sasso lo voglia o no. Cali dell’attenzione, bisogno di distrarsi costantemente, incapacità di restare...
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