Felicità in pillole (o in bottiglia)

“L’uomo ha sempre cercato un senso nella vita e se ora c’è la droga una volta c’era l’alcol.
Non c’è solo il Caso, dopodiché il senso che oggi ci sfugge, magari ci sarà svelato più tardi”. Parla uno dei pochi giornalisti italiani che dopo l’allarme ecstasy non si è trincerato
dietro la solita analisi sociologica

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In piena emergenza ecstasy, Vittorio Feltri era stato uno dei pochi a superare il tono da allarme sociale utile a riempire qualche titolo di giornale. Rispondendo alla lettera di un lettore a proposito del flagello delle pastiglie di ecstasy nelle discoteche, martedì 2 novembre, aveva scritto che la necessità di sballare in fondo c’è sempre stata, solo che “ai miei tempi andavano il gin e il cognac, nella presente congiuntura va il pastiglione”. Perciò “non è la droga da combattere, ma lo stato d’animo che fa venire voglia di rincoglionirsi. Mi rendo conto: dare un senso alla vita è complicato e non è da tutti. Ma è utile almeno provarci: se qualcuno ci riesce impariamo da lui”. “Sì – ribadisce Feltri a Tempi – una volta è una sostanza, una volta è un’altra, una volta ci si rimbambisce facendo gli ultras, un’altra volta lavorando troppo… insomma, io lo chiamo ‘cancro dell’anima’. È un problema culturale, o forse di semplicità: di non pensare di risolvere i problemi sempre sul piano razionale. Non vorrei dire cose troppo grosse, ma si potrebbe anche pensare che esiste il Padreterno…”.

Decisamente fuori moda… Ora vanno molto meditazioni e training autogeni spirituali…

L’uomo ha sempre avuto un senso di insoddisfazione esistenziale. La letteratura in fondo ha sempre trattato di questo senso: l’uomo è insoddisfatto perché non sa il motivo per cui è stato sbattuto sulla terra, non sa lo scopo, gli sfugge il senso della vita e in compenso sa di dover morire. Nel nostro futuro c’è una tomba e questo non ci consola.

E lei che risposta si dà? Io mi sono assolutamente convinto che nulla può essere casuale. Perché laddove c’è un effetto c’è anche la sua causa e questa causa non può che essere in qualcosa che è al di fuori della nostra portata. Però l’Architetto non ci ha spiegato i motivi e le finalità del suo progetto. Noi facciamo parte del progetto e a maggior ragione non possiamo scoprirne il senso. Ma il fatto di non comprenderlo non significa che non ci sia. Non ci può essere soltanto il signor Caso e se facciamo parte di un progetto, se siamo stati messi qui è per svolgere un compito. Perciò cerchiamo di svolgerlo al meglio, dopodiché il senso che oggi ci sfugge, magari ci sarà svelato più tardi. Certo non è il caso di cercarlo nelle pastiglie o nel fondo delle bottiglie…

Ma non le sembra che ormai abbia preso piede una sorta di tecnicismo della felicità: la new age, con i suoi corsi di rilassamento, le sue terapie musicali, le sue diete, che cos’è se non il manuale della felicità in pillole? Poi qualcuno va fino in fondo e le pillole le prende davvero… In questo non vede qualche differenza con il vecchio bottiglione? Sì, c’è stato un salto anche tecnologico nel nostro modo di vivere… Sono abbastanza d’accordo, però vorrei fare un distinguo: il massaggio, la dieta, sono cose di una vacuità assoluta, ma anche innocue. Mentre pastiglie e cose simili provocano disastri. Non vedo contraddizione fra quanto dice e quello che ho scritto frettolosamente nella risposta a una lettera: in fondo, anche nella frenesia del vivere, nel lavoro o in altro cerchiamo una droga, un modo per distrarsi, per passare oltre. Poi c’è chi comincia con le pastiglie o la cocaina, diventa un’abitudine e anche per attraversare la strada ha bisogno di prendere la cocaina. C’è invece chi saltuariamente beve tre whisky, ma sono solo diversi gradi di dipendenza, di paure. Poi manca la capacità di godere delle cose minime: sarà banale, però qualche volta è bello anche alzarsi al mattino, sapere di essere al mondo, guardare dalla finestra, guardare le cose che sono buone, uscire, fare due passi, guardare la campagna…

Lei ha trovato qualcuno, come ha scritto, “da cui imparare” e con cui condividere il piacere e il significato delle cose? Sì, spesso parlo con i miei figli. Con mio figlio condivido la passione per i cavalli per cui cavalchiamo spesso insieme e questo ci permette di scoprire cose che altrimenti in città non potremmo mai vedere, di godere di piccole cose. Poi ci sono gli amici, numericamente irrilevanti, cui mi lega questo denominatore comune.

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