Fecondazione assistita, un «commercio di figli» che vale miliardi (e pazienza se non funziona)

Francesco Agnoli rivela strategie, cifre e bugie della lobby della procreazione artificiale. La disinformazione paga. Profumatamente

Quello che si è riusciti a far credere con un’abile campagna allo stesso tempo ideologica e di marketing è che la fecondazione artificiale (Fa) funzioni. Ma non è la verità. Basta mettere da parte Repubblica, Io Donna e le riviste da parrucchiere e prendere in mano la letteratura scientifica, che da tempo ormai mette in luce, impietosamente, i fatti: la Fa ha un basso tasso di successo quanto a “figli in braccio”, mentre i bambini, dal canto loro, presentano percentuali di complicanze e malformazioni molto più alte rispetto a quelli nati naturalmente. Perché? Basta pensare alle tecniche.

Innanzitutto, se ad essere infertile è il marito, il suo seme, iniettato a forza nell’ovulo, feconderà l’ovulo stesso, ma, come è intuibile, con effetti secondari negativi (erediterà la sterilità paterna? O la malattia che rendeva quel seme infertile?). Quanto agli ovuli, ogni procedimento di Fa ne richiede un alto numero, che si ottiene iperstimolando per via ormonale la donna; gli ovuli così prodotti saranno di qualità inferiore rispetto all’unico ovulo prodotto naturalmente ad ogni ciclo. A ciò si aggiunga che la formazione dell’embrione avviene fuori dall’utero materno, in una fredda provetta. È sufficiente il buon senso per capire che non è quello il luogo adatto non solo allo sviluppo dell’embrione.

I figli della Fa sono dunque proporzionalmente pochi e meno sani (specie se si tratta di gemelli, una “complicanza” tipica della Fa). Tutto ciò anche senza considerare altre tipicità della Fa: la possibilità che i bimbi nati derivino da ovuli o da embrioni congelati, rimasti sotto azoto liquido 3-4-10 anni o più; che abbiano un genitore genetico sconosciuto; che siano figli di una madre genetica, avendo al contempo una diversa madre gestazionale e magari una ancora diversa madre adottiva… E non è finita. I danni possono riguardare anche le donne: le iperstimolazioni ormonali, oltre a risultare a volte inutili, comportano diversi rischi psicologici e fisici (emorragie, sterilità, persino la morte).

«L’unica industria priva di regolamentazione»
Ma perché se tutto questo è noto, almeno agli addetti ai lavori, non si fa nulla? Non ci sono alternative? No, le alternative ci sono. Si pensi non solo al ricorso alla prevenzione (quanta sterilità, oggi, in Occidente, per cattive abitudini sessuali, per uso prolungato di anticoncezionali eccetera), ma anche ai metodi naturali per l’individuazione e la regolazione dei picchi di fertilità, alla ricerca per rimuovere le cause della infertilità. La verità è che nessuno vuole toccare il fiume di soldi legato alla Fa e gestito, in gran parte, da cliniche private. Un fiume di denaro analizzato per esempio dall’economista di Harvard Debora L. Spar in Baby Business, un’indagine in cui si mostra come nel 2001 negli Stati Uniti circa 6 mila bambini sono nati grazie alla vendita di ovuli; 600 si sono sviluppati in uteri di madri surrogate, con contratti da 59 mila dollari l’uno: gli ovuli di prima qualità costavano mediamente 4.500 dollari, mentre il seme maschile veniva venduto allora a prezzi che variavano da 300 a 3 mila dollari.

Ci sono dunque migliaia di coppie – non sempre realmente sterili – che arrivano a spendere più di 100 mila dollari per avere un figlio, magari ipotecando la casa o sottoponendosi a sperimentazioni assurde. Mentre nel 1986 vi erano negli Stati Uniti 100 cliniche per la fertilità, nel 2002 se ne contavano già 428. Il «commercio di figli», scrive la Spar, questo immenso mercato che nel 2004 ha avuto un giro d’affari di 3 miliardi di dollari solo in America, «spicca soprattutto come una straordinaria eccezione: è una delle pochissime industrie che operano praticamente in assenza di regolamentazione». Capitalismo selvaggio, si direbbe, se non fosse che dei bambini frega niente a nessuno.