Fast is better? Critica ragionata alla modernità

È proprio vero che la modernità ci ha liberato dalle antiche credenze, dalle ossidate catene che ci trattenevano al passato oscuro e malvagio?

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«Sono solo i moderni a diventare sorpassati»: così scriveva Oscar Wilde in La decadenza della menzogna alla fine del XIX secolo, cioè il secolo che “ufficialmente” inventò la scienza, ovvero l’efficienza meccanica, la perfezione della ciclicità dell’automatismo.

Le parole di Wilde, tuttavia, corrono il rischio di apparire come uno dei suoi soliti divertissement e nulla più, poiché oggi nessuno oserebbe mettere in dubbio la modernità.

La modernità, del resto, è divenuta l’imperativo categorico del mondo attuale, l’ingiunzione assoluta di obbedienza al nuovo, il divieto draconiano di ricordare ciò che più non è a tutto vantaggio dello sperare per ciò che sarà: «Bisogna essere assolutamente moderni», scriveva Rimbaud.

Nel modo di parlare occorre essere moderni; nel modo di vestire occorre essere moderni; nel modo di pensare occorre essere moderni. La modernità è pervasiva, si infiltra nel sentire comune con la stessa agilità dell’acqua tra le crepe del terreno, si insinua nella mente di tutti e di ciascuno come un tatuaggio indelebile, si installa nel cervello come un software senza il quale tutto il pensiero si paralizza, o, più modernamente, entra in crash.

Il moderno, per definizione, è indefinibile; non è; incentrato e concentrato sulla cultura dell’apparire, si sottrae alla cultura dell’essere; in contrapposizione a tutto ciò che moderno non è, il moderno sa che, se proprio dev’essere, non può fare a meno di essere moderno, per l’appunto, cioè catturato dal momento di rottura e discontinuità con tutto ciò che fino a quel momento è stato e che mai più sarà.

Ecco allora che tutta la vita deve essere moderna e il primo requisito è la celerità. Non c’è nulla di più moderno di chi non ha nemmeno il tempo di sapere di essere senza tempo.

Sono trascorsi quasi otto secoli da quando l’abate di St. Albans in Inghilterra, Richard of Wallingford, inventò l’orologio, cioè il mezzo con cui finalmente l’uomo è riuscito ad imbrigliare le inesorabili energie del tempo, ma oggi sembra che, nonostante l’accuratezza e la potenza sempre maggiore dei cosiddetti “orologi atomici”, la situazione sia ribaltata, tornando ad essere peggiore rispetto a quella precedente all’invenzione dell’orologio stesso: attualmente, infatti, non è più l’uomo che misura il tempo, ma è il tempo che misura l’uomo.

L’uomo moderno sa che per essere tale non può impiegare più di alcuni secondi per mandare un messaggio o per fare una fotografia, pochi minuti per nutrirsi, poche ore per spostarsi e così via.

La fast-culture è il portato più tipico della modernità: fast food, fast film, fast wash-car, fast books, fast sex, fast-marriage, fast-divorce, fast motherhood ( si pensi, per esempio, a Nichi Vendola che ordina e compera un “McSurry Menu” e un “McChild Menu” per alcune decine di migliaia di dollari ).

“Fast is better!” è il comando universale del tempo moderno, la parola d’ordine del mondo attuale.

Ma è proprio vero che tutti noi abbiamo un gran debito di riconoscenza verso la modernità? È proprio vero che la modernità ci ha liberato dalle antiche credenze, dalle ossidate catene che ci trattenevano al passato oscuro e malvagio per lasciarci liberi verso un futuro benevolo e radioso?

È proprio vero che la modernità rappresenta un progresso già per il solo fatto di essere venuta dopo l’antichità?

A ben guardare, se l’elemento cardine della frenesia costitutiva dei tempi moderni, cioè non lo scorrere della vita, ma il correre del tempo è misurato da quello strumento, l’orologio, che fu inventato nel XIII secolo, evidentemente non così retrogrado quanto si possa ritenere, forse anche la stessa modernità, l’idea stessa della modernità, andrebbe riconsiderata, ripensata, rivalutata.

Cosa è moderno e cosa no? Quali sono i criteri per ritenere che qualcosa sia più moderno di qualcos’altro? È sufficiente il criterio della successione cronologica? E in base a quali criteri e principi ciò che viene dopo è necessariamente migliore rispetto a ciò che è stato prima? Ci sono dei fondamenti filosofici o si tratta solo di un mero camouflage dei retaggi di una certa ideologia progressistica? Quanto durerà la modernità? La modernità diventerà obsoleta quando nel futuro sarà diventata anch’essa parte integrante del passato? E’ forse per questo che già da tempo si parla di post-modernità e post-umanesimo? Se così fosse, non avrebbe ragione Wilde? E che modernità sarebbe quella che divenisse superata? E come sarebbe superata? Da cosa? Da se stessa? Autofagocitandosi? Ma una modernità che si auto-superasse non sarebbe all’un tempo il compimento e la negazione di se stessa?

Appare chiaro, dunque, che il concetto di modernità, esasperato come nel mondo odierno, non può che generare più problemi e paradossi di quelli che si ritiene ingenuamente possa risolvere.

Attualmente, l’idea stessa di modernità appare essere in crisi in quanto è proprio la modernità ad aver voluto espungere i momenti di riflessione e di ricerca del vero, cioè di quell’essere che costituisce la realtà, essere che è stato soppiantato dall’apparire e dalla fugace ed insensata anaciclosi dei momenti.

La modernità, espellendo ogni pensabilità dell’essere, ha eliminato ogni pensabilità di se stessa, non consentendo così di svelare la propria effimera esistenza, cioè l’essere solo lo spettro dell’uomo presente che, dimentico di ciò che è a causa del proprio passato, si proietta indefinitamente verso il futuro.

La modernità, si potrebbe ritenere, non esiste, se non come mera proiezione psico-ideologica di quei pochi che riescono a influenzare i più. La modernità, elidendo l’essere e la riflessione sull’essere, ha escluso ogni presupposto per essere ritenuta ancora credibile, auspicabile, diffondibile.

Proprio abbandonando la monotonica e monolitica chiave di lettura “modernistica”, magari dedicandosi alla lettura di qualche pagina di storia, quella che per i classici era a ragione la “magistra vitae”, si scoprirebbe che proprio i non moderni, i cosiddetti antichi, avevano già scorto simili difficoltà, obliterando da se stessi ciò che già nella loro epoca si riteneva meno moderno, cioè l’idea stessa di modernità.

In conclusione, se per Gunther Anders “l’uomo è antiquato”, oggi occorre riconoscere che non c’è nulla di più antiquato di chi si ostina ad essere moderno; come ha precisato, del resto, Vladimir Nabokov «le cose ultramoderne invecchiano prima delle altre».

Foto da Shutterstock


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