I figli visti dai maschi. Che non sono mammi né casalinghi

Mattia Feltri ha due bambini e non ha mai capito le inchieste sui maschi in crisi d’identità: «Il mondo è pieno di padri che si fanno un mazzo così perché è ovvio farselo»

Metto a letto mio figlio Giulio. Ha quattro anni. C’è la lucina accesa, lui ha il biberon in mano. È in penombra ma vedo gli occhi riempirsi di lacrime. «Vero, babbo, che non muoro e non vado in cielo?». I bambini cominciano presto a fare i conti con la morte. Hanno le paure degli adulti ma non la ritrosia a parlarne. Chiedono spaventati, sull’orlo del pianto. «Vero che non muoro?». Vorrei abbracciarlo. Ho il cuore che mi duole, ho il magone. Vorrei che almeno lui vivesse per sempre, o non fosse sgomento. L’angoscia di quel piccolo picchia dentro di me più della mia. Sento le mani deboli, quelle mani che lui ora vede grandissime, le mani più forti del mondo. Mia figlia Benedetta (sette anni) è andata avanti un bel po’ a dire che ero l’uomo più forte del mondo. Ora si è ricreduta. Non lo dice più, ma è così dolce da avermi tolto il titolo senza proclami. Pensa ancora che sia il più bello e il più intelligente, che sono Cassazione, che sono un gradino sotto Dio e, quando tante certezze svaporeranno, di me le resterà ben poco. O moltissimo: l’amore, spero. Il sentimento – spero, ancora spero – che ti brucia in petto, il sentimento per un uomo ormai fallibile, invecchiato, gracile, pieno di insicurezze e di acciacchi, e di nuove paure: la pallida immagine del gigante che la prendeva in braccio, la rassicurava nelle notti di spavento, la faceva volare fra le nuvole verso il tuffo in mare. L’immagine di un uomo che c’era, che c’è sempre stato, che si impunta a portarla a scuola ogni mattina (e ogni giorno si impunta ad andare a prendere il fratello all’asilo), che con sua moglie si concede forse una cena alla settimana perché alla sera è meglio stare sul divano coi piccoli, metterli a letto: essere lì, anche senza una risposta, col medesimo smarrimento spuntato fuori da un pertugio dell’anima, quando a loro tremerà il mento: «Vero che non muoro?».

Pensa al bimbo con quella domanda che gli serra la gola, e davanti non ha il padre, ha la tata.

QUELL’ESTATE DEL 2005. È l’estate del 2005. Annalena e io siamo in Puglia, provincia di Brindisi. Annalena diventerà mia moglie fra le due gravidanze. Siamo ospiti di un amico, Daniele, che ci ha messo a disposizione un trullo. È l’incanto, la campagna, il silenzio, i fichi d’india maturi fuori dalla porta. Annalena è in ritardo con le mestruazioni (si dice così?). È da un po’ che le chiedo di sottoporsi al test, di quelli in vendita in farmacia. Ma lei rinvia sempre quando è spaventata. Noi non abbiamo cercato un figlio. O meglio, abbiamo detto, ok, se viene nessun problema, ma non pensavamo così presto. Ho convinto Annalena ad acquistare il test la sera prima di entrare nel trullo. L’indomani mattina la sentenza: incinta. Ripete l’operazione e si ripete il risultato: incinta. Decidiamo di tornare a Roma (lei ritiene che la vita di campagna, tipo le strade con le buche, non siano compatibili con la sua condizione), e all’altezza di Bari si addormenta. Ha questo dono che la tensione le mette sonno. Io guido. E la metamorfosi si compie. Lo so che è successo a tutti, o a molti. Ma è successo anche a me. In quei quattro o cinquecento chilometri fra Bari e Roma, dentro di me cambia ogni cosa. Penso, e penso in un altro modo. All’improvviso non sono più io al centro del mio mondo. Nemmeno io e lei. È una sensazione prodigiosa. C’è qualcuno di infinitamente piccolo che conta su di me. Che ha, avrà, un bisogno disperato di me e io scopro in una vampata che sono stato fatto – ma proprio concepito, progettato, realizzato – per essere il suo gigante indistruttibile. Non vorrei spiegarmi male: non ho pensieri melensi. Non soltanto, perlomeno. Penso alla casa. A dove dormirà il piccino (ancora non sappiamo che è una bimba e si chiamerà Benedetta). Dovremo cambiare appartamento. Le abitudini. Dovremo comprare la carrozzina, il passeggino, la culla, i pannolini. Dovremo riconsiderare la nostra presenza sul pianeta. È precisamente un cambio di prospettiva. È come se l’asse terrestre si fosse spostato mutando i punti cardinali. È stato in quelle poche ore, mentre Annalena dormiva, che sono transitato dalla gioventù all’età adulta. Sono sceso da quella macchina ed ero un altro. Annalena me lo ricorda ancora quando dicevo che il lavoro era la cosa più importante che avevamo. Io le ricordo quando il nostro problema più serio era di abbinare la cravatta al ristorante.

Nasce Benedetta. Filippo Facci mi manda una mail: «Adesso non sei più inutile».

I MASCHI IN CRISI? Non ho mai capito le inchieste sul maschio in crisi d’identità. Questa storia che non si sa più chi porti i pantaloni, che anche le donne fanno carriera ed è come sottrarre la lancia o la clava all’uomo della caverna. Mai capito questa storia sulla confusione dei ruoli che, dopo qualche millennio di placido maschilismo, spinge l’uomo, privato di centro di gravità, ad ammazzare i figli e le donne, il femminicidio, i celebri drammi della follia e della gelosia. Lì le statistiche sono anche molto confuse, spesso viene il dubbio che siano soggette alla sindrome pitbull, quando l’Italia pareva percorsa da ferocissimi cani addestrati alla strage. A me pare di vedere ovunque uomini che si sono liberati dalla dittatura del lavoro e forse persino del successo e la sera raggiungono la famiglia al mare. Tutti uguali, con un’inquietudine identica, di sbucare all’improvviso per sentire l’esplosione di benvenuto dei ragazzini. Che ci sia la moglie o no. Lo fanno meno di loro, ma lo fanno, quasi esordienti assoluti. Portano i bambini a giocare sul lungomare (dove prendono un whisky con ghiaccio insieme con gli altri padri). Li riportano a casa. Li aiutano a lavarsi i denti, a mettersi il pigiama. Raccontano loro una storia. Recitano la filastrocca della buonanotte. All’indomani, in caso di emergenza (forfait della bambinaia) sono perfettamente in grado di preparare la colazione, spalmare la protezione solare ai bimbi, allestire un’accettabile borsa per la spiaggia, varare leggi ferree sul consumo dei gelati (uno solo e al pomeriggio), fare il bagno col più piccolo che si diverte a cacciare la testa del padre sotto l’acqua, controllare che la bimba, dopo aver catturato mezza dozzina di granchi, gli restituisca la libertà. Sono persino capaci di radunare la truppa, andare a comprare il pranzo, rincasare, fare la doccia alla prole, rivestirla, metterla a tavola, dosare l’accesso alla tv, aiutare nei compiti. Sono gli stessi padri che di notte facevano a turno con la moglie nel cambiare i pannolini o rabboccare il latte. Non chiamateli mammi, però. Non si applicano protesi per allattare i neonati, come Robert De Niro in Mi presenti i tuoi?. Non hanno nessuna intenzione di trasformarsi in casalinghi. Vogliono semplicemente esserci ed essere affidabili. Sono padri che si fanno un mazzo così perché è semplicemente ovvio farselo. Perché sono ben felici che sia finito, e da un bel pezzo, il tempo ridicolo degli angeli del focolare. Perché le famiglie si costruiscono sull’amore e sul rispetto, al netto dei mille errori quotidiani.

Una donna al marito, poche settimane fa: «Quando tu stai coi bambini, io non ho nessuna preoccupazione. Potrei fare il giro del mondo, e sarei che sicura che va tutto bene. Se solo tu imparassi a vestirli decentemente…».

BAMBINI ARRIVA IL BABBO. Forse ci stiamo incensando troppo. Forse questo comincia a prendere i contorni del pezzo di patetica rivendicazione. Ecco, per esempio: si arriva alla sera a casa, subito sul divano coi bambini in braccio, urla di gioia, baci. Alla terza ginocchiata in un occhio, ci si è già pentiti di essere rincasati presto. Le liti perché non mangiano (fosse per me, potrebbero digiunare), perché non si lavano i denti, non vanno a letto. Le stanchezze, le insofferenze.

«Bruttissimo babbo».

Gabor, Guido e io ci ritroviamo soli. Per motivi divergenti e coincidenti, le nostre mogli sono via. Un intero week end al mare, noi tre e cinque kamikaze compresi fra i quattro e i sette anni. Guido perdonerà, ma lui è il problema in più. Non si è mai capito se ci è o ci fa, ma non lo si direbbe in grado di scaldare il latte alla figlia. Sua moglie proprio non si fida: «Parto soltanto perché ci siete voi», dice a Gabor e a me. Ma saremo Gabor e io a contagiare Guido o viceversa? Ogni venti minuti ci perdiamo un bimbo. D’accordo, siamo in spiaggia, una spiaggia dove ci si conosce tutti, però l’idea che i piccini siano stati inghiottiti da un fugace gorgo è la prima che baleni. «È al salterello!». «È agli scogli con Carolina». «È al biliardino». «È al campo di beach». Intendiamoci, non è una vitaccia. Non ci neghiamo nulla. Non passiamo il giorno a rincorrere le creature, come si sarà intuito. Abbiamo una nostra idea su come esercitare responsabilità e autorità da posizione orizzontale, sul lettino. Il problema semmai sarà alla sera: si sta insieme, ed è lì che i kamikaze danno il massimo. Insomma, ci si dividono i compiti: chi fa la spesa, chi apparecchia, chi cucina. Prima le salsicce alla brace per l’allegra gioventù – e attenzione che si mangi la verdura e si beva l’acqua. Poi tocca a noi. «Bimbi, voi a giocare che adesso noi ceniamo in pace». E lo facciamo. Fino al gelato. E poi un po’ di Caol Ila col ghiaccio, un bel sigaro e… Che cosa è questo silenzio innaturale? Perché non sentiamo niente? Perché da un’ora almeno non un solo frignone è corso da noi dolorante a chiedere giustizia? Perché niente urla, risse, sassate alle automobili, accoltellamenti, emorragie? «Saranno mica usciti dal cancello quei dementi?…». Scattiamo simulando un autocontrollo inesistente. Sono in sala, sul divano: guardano un cartone.

Guido: «Ragazzi, mi gioco il jolly. Ad agosto vado una settimana in montagna con la bambina. Da solo».