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La preghiera del mattino di Lodovico Festa

Fa più paura quel che fa Putin di quel che dice Trump

Di Lodovico Festa
27 Marzo 2026
Le preoccupazioni dei paesi della neo Lega anseatica, i rapporti con gli Stati Uniti, la lezione politica di Olanda, Svezia, Finlandia e dei Paesi Baltici. Rassegna ragionata dal web
Donald Trump e Vladimir Putin si stringono la mano all'arrivo ad Anchorage, in Alaska, per il vertice sull'Ucraina
Donald Trump e Vladimir Putin si stringono la mano all'arrivo ad Anchorage, in Alaska, per il vertice sull'Ucraina (foto Ansa)

Su Formiche Lorenzo Piccioli scrive:

«In un momento in cui la distanza tra i partner transatlantici sembra essere sul punto di raggiungere un nuovo nadir, c’è qualcuno che prova a porsi come mediatore equidistante. Il riferimento è al presidente finlandese Alexander Stubb, considerato come uno dei leader europei più idonei a porsi come interlocutore del presidente statunitense Donald Trump, e in particolare all’intervento che la massima autorità politica di Helsinki ha tenuto ieri in occasione di una visita al rinomato think thank londinese Chatam House. Nel momento di confronto con l’audience che ha fatto seguito al suo discorso, Stubb si è detto molto favorevole all’ipotesi di cercare un “accordo” con Trump riguardo alle richieste di sostegno rivolte agli alleati rispetto alla crisi iraniana e alle complicazioni legate all’interruzione del traffico attraverso lo stretto di Hormuz. Nello specifico, il leader finnico ha esplicitato che l’Ue dovrebbe mostrare la propria disponibilità a fornire un supporto trasversale, militare e non solo, all’alleato statunitense, ma condizionandolo ad un cambio di approccio da parte della Casa Bianca nei confronti del conflitto ucraino, dossier in cui Washington dovrebbe coordinarsi con l’Europa per fornire all’Ucraina tutto l’aiuto necessario per raggiungere un accordo di pace accettabile con la Russia».

Nella cosiddetta neo Lega anseatica (quella antica decollò nel 1200) che in qualche modo coordina gli Stati dell’Unione Europea dall’Olanda alla Finlandia e alla Polonia, è estesa la convinzione che, per difendersi dalla Russia, gli Stati Uniti sono indispensabili, al di là delle tante sciocchezze trumpiane come per esempio quelle sui soldati europei che hanno combattuto in Iraq e in Afghanistan.

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Su Politico Daniella Cheslow scrive:

«Estonia’s defense minister is open to helping the United States in its war with Iran. In an interview Tuesday evening, minister Hanno Pevkur said he was meeting with U.S. officials, including deputy national security adviser Andy Baker and defense leaders, and had a message: “We are ready to talk”».

Il ministro della Difesa in Estonia si è offerto di appoggiare l’intervento militare americano in Iran. Le dichiarazioni di Mosca che interverrà a proteggere i cittadini russofoni in maggioranza nella città estone di Narva, spiegano bene perché a Tallinn non ci sono dubbi sulla necessità di un rapporto stretto con Washington.

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Su Scenari economici Fabio Lugano scrive:

«Le elezioni anticipate in Danimarca consegnano un quadro politico frammentato e un verdetto inequivocabile: il governo centrista guidato da Mette Frederiksen è in crisi profonda. I Socialdemocratici incassano una sconfitta storica, perdendo ben 12 seggi rispetto alla tornata precedente, mentre la destra più intransigente, inquadrata a livello europeo nel gruppo PfE (Patriots for Europe), registra un’avanzata prepotente».

Nonostante le tante pericolose sciocchezze dette da Trump sulla Groenlandia, la brava premier socialista danese non ha avuto il successo previsto, anche se forse riuscirà a formare un nuovo governo. Nonostante una buona affermazione di una sinistra più radicale, molti voti sono andati al centro (che forse riappoggerà la Fredriksen) e alle destre: nel voto si legge come al fondo anche i danesi siano più preoccupati di quel che fa Vladimir Putin rispetto a quel che dice Donald Trump.

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Su TgLa7 si scrive:

«Il segretario generale della Nato, Mark Rutte, ha espresso sostegno all’azione di Donald Trump contro l’Iran, affermando che “lo sta facendo per rendere il mondo più sicuro”. Rutte ha detto di aspettarsi che, nonostante le tensioni iniziali, gli alleati dell’Alleanza finiranno per sostenere gli Stati Uniti: “Alla fine arriviamo sempre all’unità”. Ha aggiunto che i Paesi europei potrebbero aver bisogno di tempo per allinearsi, anche perché esclusi dalle fasi preparatorie per mantenere l’effetto sorpresa. “Comprendo la frustrazione che a volte mostra il presidente, ma serve comprensione: molte nazioni si sono dovute preparare senza essere informate”, ha concluso».

Il peso rilevante di Rutte in Europa nasce anche dall’appoggio di un’Olanda che è riuscita a darsi un governo di centrodestra abbastanza solido, nonostante la tradizionale frammentazione del parlamento nazionale. In generale nella cosiddetta neo Lega anseatica una certa solidità dei sistemi politici nasce anche dal fatto che, dall’Olanda alla Svezia alla Finlandia e al fondo nei paesi baltici, non si sono puntate tutte le carte sull’emarginare i conservatori più radicali che, anzi, spesso hanno fatto e fanno parte delle coalizioni di governo. Cioè non si è seguita l’idea, popolare tra alcune delle più grandi democrazie dell’Unione, che si possa governare estromettendo strutturalmente il trenta/quaranta per cento degli elettori.

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