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E venne il giorno del contrattacco ortodosso Puntuale e inevitabile, pochi giorni fa su Le Monde è apparsa la replica “ortodossa” all’intervento di Julia Kristeva (cfr. Tempi n. 16, p. 8) che aveva attribuito a radici teologiche e psicanalitiche l’indole distruttiva e masochista dei popoli slavi di tradizione cristiano-ortodossa. La reazione è affidata alla penna di due intellettuali francesi docenti all’Isti-tuto di teologia San Sergio di Parigi, Michel Stavrou e Olivier Clement. Quest’ultimo è piuttosto noto sia in Francia che in Italia, dove sono stati tradotti alcuni suoi libri come “L’altro sole” e “Le icone”. Si tratta di due convertiti: Clement, in particolare, in gioventù era un socialista ateo. L’argomentazione dell’intervento è puntuale e il tono conciliante. Dopo aver offerto un excursus storico che illustra in termini decisamente non di parte la traiettoria storica e religiosa del popolo serbo, Stavrou e Clement passano alla confutazione, o alla radicale attenuazione, delle affermazioni della Kristeva.

“Un Dio incontestabile?

Lo amiamo perché
si è umiliato per noi”
Per quanto riguarda il “Filioque” dei cattolici e il “per Filium” degli ortodossi, la prima formula “è stata effettivamente dogmatizzata dalla Chiesa romana”, dicono gli autori, mentre la seconda “non lo è mai stata dall’Oriente cristiano, che la considera soltanto come una dottrina ammissibile”. “L’ortodossia si limita alla formula evangelica ripresa nel 381 dal Concilio di Costantinopoli, secondo cui lo Spirito “procede dal Padre””. Quanto all’accusa di nichilismo strisciante che la Kristeva indirizza alla mistica ortodossa, “essa privilegia una certa atmosfera “apofatica” che, presso alcuni padri della Chiesa, permette l’evocazione del Mistero soltanto in termini negativi per evitare la limitatezza intrinseca a qualunque definizione. Ma così si dimentica l’altro versante, molto più importante, di questo approccio: il Dio inaccessibile si rivela, si rende partecipabile nell’incarnazione, diventa rappresentabile in un volto d’uomo, il volto di Cristo. Un Dio incontestabile? Ma il pensiero ortodosso contemporaneo mette l’accento sull’umiliazione volontaria di questo Dio che, per rispetto alla libertà umana, si lascia contestare fino alla croce”.

“Il nazionalismo non è
ortodossia, ma secolarismo”
“Certo, le approssimazioni di Julia Kristeva sono preziose per smascherare le deformazioni, le pesantezze ovvero i tradimenti di cui soffre l’ortodossia. Sì, il nazionalismo è un idolo che vuole sacrifici umani. E senza dubbio da due secoli i popoli ortodossi, come altri, hanno subito la tentazione di questa insidiosa forma di secolarizzazione.. Sì, il pensiero ortodosso si è troppo spesso definito, a partire dal secolo scorso, in contrapposizione alla teologia e alla filosofia occidentali. Esso non ha cessato di denunciare l’individualismo occidentale e ha tentato di stabilire una differenza radicale tra la persona e l’individuo, sottolinenado che la persona esiste solo in una comunione. E’ chiaro che è indispensabile un incontro con le ricerche occidentali, incontro già abbozzato da Nikolaj Berdjaev, che ha celebrato il senso profondamente religioso dell’”atto creatore””.

“Anche noi vittime dell’illuminismo”
“Non possiamo che applaudire l’appello al dialogo con cui Julia Kristeva conclude il suo intervento -concludono a loro volta Clement e Stavrou, riferendosi alla parte del testo della psicanalista in cui si invitano le Chiese europee a “federarsi” per il bene del continente-. Ma la condizione del dialogo non è forse il rispetto dell’altro e non la sua delegittimazione? Esiste una sola Europa, che fanatismi e ideologie hanno da troppo tempo lacerato. Non facciamocene complici”. Qui non si allude soltanto ai totalitarismi del ventesimo secolo. La prima parte del pezzo conteneva un preciso atto di accusa contro l’illuminismo: “Alla fine del XVIII secolo, con l’indebolimento dell’Impero ottomano, il movimento dei Lumi penetrò i Balcani… il movimento dei Lumi favorì la ripresa di coscienza delle nazionalità. I liberali condussero i nuovi stati a dotarsi di Chiese autocefale. Ma teologi e filosofi si divisero: per gli uni, se la Chiesa benedice e feconda la cultura nazionale, essa però la supera e può criticarla; per gli altri, essa non è che una dimensione di questa cultura, e lo stato può strumentalizzarla”.

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