Europinioni

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Craxi, Kohl e i tedeschi:
“Oddio, assomigliamo agli italiani!”
Stavolta i grandi quotidiani italiani hanno riportato con diligenza e abbondanza di riferimenti i commenti della stampa europea al fatto della settimana, la morte di Bettino Craxi in Tunisia, forse perché la quasi unanime severità dei giudizi esteri sullo statista scomparso non accresceva gli imbarazzi del governo italiano di fronte all’intera vicenda, anzi. D’altra parte l’unica testata che è uscita un po’ dai ranghi è stata prontamente censurata: né su Repubblica, né sul Corriere della Sera appare alcun cenno al Berliner Morgenpost, il quotidiano berlinese del gruppo Springer che, unico almeno fino all’inizio di questa settimana, istituisce un parallelo fra la vicenda di Craxi e quella di Helmut Kohl. Tale parallelo, esorcizzato da Giuseppe D’Avanzo sul Corriere della Sera e da Massimo Fini su Il Giorno, suona così: “Un politico come Helmut Kohl sarebbe stato forse costretto anche lui in Italia alla fuga? I giudici inquirenti italiani avrebbero forse, in relazione allo scandalo dei fondi occulti della Cdu, mandato in prigione il presidente onorario del partito Kohl?… Come Kohl, anche Craxi riconobbe in parlamento il 3 luglio 1991 le violazioni della legge sul finanziamento dei partiti. Come ora in Germania, anche allora in Italia ci si chiedeva perché dei donatori avrebbero dovuto dare grosse somme in denaro a un partito importante se essi non si fossero aspettati delle contropartite in cambio”. Contrariamente a quel che scrivono i nostri editorialisti, i tedeschi cominciano a temere di assomigliare a quegli italiani che hanno sempre guardato con una punta di disprezzo e a chiedersi angosciati se faranno la stessa fine, con una classe politica azzerata e una nuova repubblica sottoposta al potere tutelare dei procuratori.

Scudiscio inglese su Bettino, solo il Times tributa l’onore delle armi La stampa che ha avuto le parole più dure nei confronti dello scomparso è stata indubbiamente quella britannica. “Addio, Craxi, simbolo di un’era corrotta”, ha titolato The Economist; “sarà ricordato come un simbolo tragico del devastante scandalo italiano della corruzione e come l’uomo che ha distrutto il Psi”, ha rincarato la dose il filo-laburista The Guardian; “il giovane Craxi può un tempo aver progettato la riorganizzazione del sistema politico italiano; infine si è limitato ad incarnare il peggio di esso”, conclude con ferocia un lungo necrologio nel suo supplemento del venerdì The Independent. Solo The Times riconosce a Craxi l’onore delle armi, ricordando che sotto il suo governo l’Italia superò la Gran Bretagna quanto a pil. Ma il trattamento a cui sarebbe stata sottoposta la memoria dell’ex presidente del Consiglio italiano poteva essere già pronosticato tre settimane fa, quando sul numero speciale di The Economist per l’anno Duemila era apparsa una corrosiva rievocazione dell’impresa dei Mille, il capolavoro politico-militare del suo eroe preferito, Giuseppe Garibaldi.

Quel sempliciotto di Garibaldi, sponsorizzato da mafia e inglesi E’ un testo non lungo, ma basta leggerne poche righe per farsi un’idea esauriente delle opinioni che gli inglesi (i quali a suo tempo finanziarono l’impresa garibaldina) nutrono sugli italiani e le loro vicende politiche: “Garibaldi era un pittoresco, fortunato, gentilmente irresponsabile rischiatutto…. Egli non era entusiasta (della spedizione – ndt)… ma molti attorno a lui la pensavano diversamente. Quando le avanguardie dell’esercito borbonico non riuscirono ad arrestare l’armata di straccioni di Garibaldi, i siciliani, sperando in una redistribuzione delle terre decisero, guidati dalla potente mafia del tempo, che quello era il loro uomo… Garibaldi si ritirò nella sua casa sull’isola di Caprera, e i suoi successivi sforzi per sloggiare gli austriaci da Venezia e il potere papale da Roma non ottennero nulla. Presto l’Italia ottenne entrambe le cose, e divenne uno stato centralizzato, lacerato dalla rivalità fra cattolici e “liberali”, allergico alle riforme e governato come una proprietà privata da un’oligarchia. Insomma, più o meno come è anche oggi”.

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