L’Europa può barattare l’ingresso della Turchia nell’Ue con i migranti?

Erdogan vuole dall’Ue non solo tre miliardi di euro, ma anche l’ingresso facilitato nell’Unione e un accesso “per direttissima” ai visti Schengen per i cittadini turchi

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I tre miliardi di euro, prima di tutto. Nel vertice straordinario di ieri tra Unione Europea e Turchia il primo punto all’ordine del giorno è stato il finanziamento richiesto da Ankara per riprendersi i migranti “economici” salpati dalle sue coste alla volta della Grecia e impedire che ne partano di nuovi. Ma il presidente Recep Tayyip Erdogan, passando agli altri punti dell’incontro, ha cercato di usare la carta migranti per facilitare l’ingresso della Turchia nell’Unione e ottenere un accesso “per direttissima” ai visti Schengen per i cittadini turchi.

LA CONFERMA. Il premier Ahmet Davutoglu (secondo da sinistra nella foto con i responsabili dell’Ue) lo ha confermato: «È il secondo vertice in pochi mesi, e questo mostra quanto la Turchia sia indispensabile per l’Ue e quanto l’Ue lo sia per la Turchia. Abbiamo molte sfide da affrontare insieme nel nome della solidarietà. Ma il quadro deve essere visto nel suo insieme, non solo guardando al problema dei migranti irregolari ma anche al processo di ingresso nell’Ue».

BARATTO RISCHIOSO. Bruxelles può davvero permettersi di barattare l’ingresso nell’Ue della Turchia con un piatto di lenticchie? Il rischio è, per dirla con Can Dundar, direttore del giornale turco Cumhuriyet presto a processo per crimini inesistenti, che «l’Occidente, per chiudere la porta a chi cerca di scappare dall’incendio che [l’Occidente stesso] ha in parte appiccato, chiudendo un occhio su un governo fascista, anneghi insieme ai rifugiati, ai suoi valori, ai suoi principi e a coloro che credono in essi».

LIBERTÀ DI ESPRESSIONE. Ai tanti problemi che hanno precluso fino ad oggi ad Ankara l’ingresso in Europa (popolazione troppo numerosa, reddito pro capite basso, islamizzazione crescente della società, ambizioni regionali non in linea con gli obiettivi europei, mancato riconoscimento del genocidio degli armeni), in questi giorni si aggiunge il sempre più preoccupante stato della libertà di espressione e di stampa. Il 4 marzo un tribunale di Istanbul ha deciso di porre sotto amministrazione controllata il gruppo editoriale che controlla il quotidiano Zaman, il più diffuso nel paese, con l’accusa di riciclaggio. Il direttore è stato licenziato, così come il principale editorialista.

LINEE EDITORIALI. Le ultime uscite del giornale erano state molto critiche nei confronti di Erdogan, che ha in uno dei magnati del gruppo editoriale, l’imam Fethullah Gulen, uno dei suoi principali nemici. Dopo essere stato commissariato, il giornale è tornato in edicola con una linea in tutto e per tutto favorevole all’operato del governo. A novembre, in modo analogo, i giudici avevano sospeso le attività del gruppo editoriale Ipek, che controllava i canali televisivi Bugun e Kanalturk, insieme ai quotidiani Bugun e Millet, definitivamente chiusi pochi giorni fa. Mentre erano sotto amministrazione controllata, la linea editoriale era diventata filo-governativa.

«CRITICHE NON TOLLERATE». La Turchia è anche il paese che vanta il maggior numero di giornalisti arrestati e sotto processo. Come Can Dundar, il direttore appena liberato dalla carcerazione preventiva ma che rischia l’ergastolo per aver inguaiato Erdogan con uno scoop. Dundar ha commentato così il “caso Zaman”: «È la dimostrazione che nelle segrete stanze dello Stato la paura cresce. Non c’è più tolleranza neanche per la più piccola critica. Ma non si può mettere a tacere un’intera società calpestando la legge. La Turchia non resterà in silenzio».

«REGIME AUTORITARIO». Sono cresciuti in modo esponenziale anche le denunce per «insulto al presidente», che gli avvocati di Erdogan sporgono a centinaia. Nell’ultimo anno sono state ben 1.800 e hanno colpito giornalisti, ex calciatori (Hakan Sukur) e accademici. Asli Aydintasbas, ex editorialista del quotidiano Milliyet licenziata perché non in linea con il governo, sintetizza così al New York Times i motivi per cui le democrazie europee non devono fare spazio ad Ankara: «La Turchia sta galoppando a massima velocità verso un regime autoritario. Purtroppo il mondo, e in particolare l’Unione Europea, rimane in silenzio. Il governo qui percepisce la vulnerabilità dell’Occidente, soprattutto da quando è cominciata la crisi dei rifugiati, e osa sempre di più per consolidare il suo potere».

Foto Ansa/Ap


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