«L’Europa dimostri con i fatti che è interessata alla libertà religiosa: assegni a Meriam il Premio Sakharov»

Intervista a Willy Fautré, direttore di Human Rights Without Frontiers, che sta spingendo il Parlamento europeo a premiare la cristiana sudanese: «In pochi avrebbero avuto il suo coraggio»

meriam«Non so quante persone avrebbero avuto il coraggio di Meriam Ibrahim: mantenere la fede a costo della propria vita». Willy Fautré, direttore di Human Rights Without Frontiers International, spiega così a tempi.it il motivo per cui l’associazione ha proposto all’Unione Europea di assegnare il Premio Sakharov 2014 alla donna sudanese, condannata a morte per apostasia e adulterio e poi scagionata.

Perché proprio Meriam?
Lei è un formidabile esempio di una persona disposta a subire punizioni fisiche inaccettabili e disumane, come le 100 frustate per la falsa accusa di adulterio e l’impiccagione, pur di mantenere la propria fede. L’Unione Europea ha adottato nel giugno dell’anno scorso delle linee guide sulla libertà di pensiero e religiosa: un modo per dare corpo a quei documenti è accettare la candidatura di una donna perseguitata per la sua fede. Questo sarebbe un evento.

Perché?
Perché il premio non è mai stato assegnato nell’ambito della libertà religiosa ma sempre in quello della libertà di coscienza o pensiero. Ma se all’Unione Europea davvero interessa questo tema, dando il premio Sakharov a Meriam può dimostrarlo nei fatti.

premio-sakharov-unione-europeaCosa farete concretamente per raggiungere lo scopo?
Abbiamo già scritto a tutti i membri del Parlamento europeo. Il premio viene sempre assegnato il 10 dicembre, quando si celebrano i diritti umani. A ottobre, quando i nuovi parlamentari e le commissioni si insedieranno, contatteremo il gruppo di lavoro del Parlamento europeo sulla libertà religiosa e di pensiero perché si prenda a cuore questa iniziativa. Noi abbiamo ottime relazioni con loro e dovrebbero essere loro a proporre il nome. Insieme definiremo la strategia giusta.

Crede che l’Unione Europea, al di là delle parole, nei fatti stia cercando di difendere la libertà religiosa?
Assegnare il premio Sakharov a Meriam sarebbe un buon passo avanti per chiedere il rispetto della libertà religiosa delle minoranze nei paesi musulmani e il diritto a cambiare la propria religione. Anche se bisogna dire che Meriam non ha mai voluto cambiare religione, è sempre stata cristiana. È lo Stato sudanese che voleva de-convertirla dal cristianesimo per imporle un’identità amministrativa che lei non desidera. È lo Stato che cerca di trasformarla in un’apostata dal cristianesimo e questo è inimmaginabile.

Meriam intanto non è ancora libera.
Esatto. È con la sua famiglia nell’ambasciata americana a Khartoum, hanno solo dei letti da campo nella biblioteca dell’ambasciata dove dormire. Gli Stati Uniti sono pronti ad accoglierli, ma le autorità sudanesi creano un po’ di difficoltà insieme ai parenti di Meriam dalla parte del padre, che ora ha chiesto che il suo matrimonio venga dichiarato nullo perché Daniel Wani è cristiano. Così Meriam non ha ancora il diritto di lasciare il paese.

I cristiani sono particolarmente perseguitati in Iraq in questo momento. Come si sta muovendo l’Unione Europea?
A parole difendono sempre le minoranze religiose e in particolare i cristiani. Anche la scorsa settimana hanno fatto una risoluzione per difendere i cristiani in Iraq. Ma le risoluzioni non bastano. È positivo che alcuni paesi europei stiano accogliendo i cristiani in fuga ma bisogna fare di più dal punto di vista dell’assistenza umanitaria. Soprattutto bisognava muoversi prima dal punto di vista politico, perché è difficile farlo ora che la situazione è precipitata con la creazione del califfato. Eppure già dieci anni fa i cristiani si lamentavano della situazione in Iraq. Ora il loro unico porto di salvezza è il Kurdistan, ma non è una situazione ideale per loro essere inclusi solamente nel Kurdistan.