Eugenetica per selezionare i figli ed «evitare la nascita dei disabili»? Perché no?

I bioeticisti inglesi Wilkinson e Garrard approvano la “scelta” dei bambini: «Anche se ricorda il nazismo, se è voluta dai genitori è positiva»

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«La scienza bioetica moderna è capace di offrire una gamma di scelte più ampia di un tempo per determinare il futuro dei suoi figli». Così comincia la pubblicazione dei bioeticisti inglesi Stephen Wilkinson e Eve Garrard “Eugenetica ed etica della riproduzione selettiva”.

IL DESIDERIO SUFFICIENTE. Prima di tutto si spiega la necessità di continuare a usare la parola eugenetica «anche se ricorda il nazismo». Il termine andrebbe rivalutato, perché quando la selezione degli embrioni non è imposta dallo Stato è da ritenersi sempre buona: casta che si tratti di una scelta libera. L’eugenetica è condannabile solo se «autoritaria, e decisa dallo Stato», quindi, resta «positiva quella scelta dai genitori». Così la selezione degli embrioni è ammessa per «decidere il sesso dei propri figli», per «evitare la nascita di un bambino disabile» o addirittura per «scegliere deliberatamente di creare un figlio malato».

PUNTARE SULL’EMOZIONE. Il termine “eugenetica” servirebbe poi a provocare un dibattito, dato che «un linguaggio emotivo può, in alcune circostanze, essere usato per scioccare le persone e farle riflettere nuovamente su questioni che fino ad ora erano date per assodate». La definizione «neutra» di eugenetica proposta dai bioeticisti, per mettere d’accordo oppositori e sostenitori, è «il tentativo di migliorare il patrimonio genetico umano». Dando per scontato che sull’opportunità di sistemare il Dna tutti siano d’accordo.
Dato che la bontà dell’eugenetica dipende da chi la realizza, e non dalla pratica in sé, la selezione embrionale è poi ammessa a seconda di quello che è ritenuto accettabile o meno dalla società: se la usiamo «per ridurre l’incidente dell’omosessualità (anche se la scienza non ha ancora trovato un gene dell’omosessualità, ndr), questo non è di fatto un miglioramento», mentre «ridurre il numero delle persone che soffrono di malattie debilitanti è un grande passo in avanti».

LIBERTA’ CREATIVA. Da veri filantropi Wilkinson e Garrard non dimenticano i pochi disabili viventi: «Saranno discriminati con le loro famiglie che li hanno messi al mondo?», si chiedono. «Difficile predirlo (…) ma la riduzione della sofferenza è lo scopo principale, per cui bisogna favorire la riproduzione selettiva». Che dire a chi obietta che il messaggio che arriverà alle persone disabili è che «il mondo sarebbe un posto migliore se i loro genitori, anziché concepirli e farli nascere, avessero concepito e fatto nascere un altro figlio non disabile?». I bioeticsti si rispondono che «supponendo che questo sia il messaggio (…) resta vero per tutti noi che una vita con meno dolore sia preferibile a una più dolorosa». L’analisi giustifica anche la decisione di due genitori malati di «creare» un figlio con il loro stesso handicap (è il caso della coppia di lesbiche sorde McCullough e Duchesneau che hanno voluto un donatore di sperma sordo). Anche la selezione in base al sesso va bene, perché non è razzista se «fatta per volontà della famiglia di bilanciare il numero dei figli maschi e delle femmine».

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