L’estetica del brutto di Fantozzi rag. Ugo, uno di noi

È al cinema la versione restaurata de “Il secondo tragico Fantozzi”, esagerata maschera di Paolo Villaggio. Che ci fa ancora ridere, enfatizzando la bruttezza che è nella realtà

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fantozzi

Caro direttore, a quarant’anni dall’uscita del primo capitolo della saga, il 2, 3 e 4 novembre 2015 è al cinema la versione restaurata de Il secondo tragico Fantozzi. Perché parlarne ancora? Perché Fantozzi ci fa ancora ridere e perché, quando ridiamo, ci sentiamo un po’ più felici. Un lungo filo rosso passa fra le risate suscitate da eventi comici le risate di gioia. Un sottilissimo e lunghissimo, infinitamente sottile e infinitamente lungo, filo rosso, il colore della carità, passa fra le risate di gioia e il «riso de l’universo» (Paradiso, XXVII, vv. 4-5).

Corre anche voce che nel 2016 uscirà un remake dei primi capitoli, che per forza di cose non potrà essere migliore degli originali, che sono fortemente legati alla società italiana degli anni ’70 e ‘80. Fantozzi vive in un mondo ormai estinto in cui, al posto degli oggetti che ormai fanno parte della nostra quotidianità (cellulari, computer e internet), ci sono telefoni fissi, ingombranti macchine da scrivere a nastro e ancor più ingombranti televisori. E soprattutto, in quel mondo ci sono ancora posti fissi a vita in grosse aziende.

Ma perché questo personaggio è tanto amato da persone di ogni genere, ogni età, ogni classe sociale? Perché è ancora tanto amato non solo da quelli che negli anni ’70 e ’80 c’erano ma anche dai più giovani? E perché, in qualche misura, è amato anche in alcuni paesi dell’est e in Russia? La risposta è che, in primo luogo, nei film di Fantozzi non ci vedi solo l’Italia di alcuni decenni fa ma ogni angolo del mondo e ogni epoca. Infatti, le “mega-ditte” ci sono sempre state, anche se hanno tanti altri nomi e non sempre sono “mega”: sono tutti quei luoghi in cui ci sono superiori e “inferiori”, padroni e servi. Per sottolineare esplicitamente la continuità fra i superiori di ieri e quelli di oggi, Paolo Villaggio (autore del libro da cui è tratto il film nonché interprete cinematografico del protagonista) attribuisce titoli nobiliari a quasi tutti i superiori e gli azionisti della mega-ditta in cui lavora Fantozzi.

In secondo luogo, Fantozzi non incarna un solo tipo umano ma li incarna tutti: raccoglie in sé i difetti comuni a tutti gli esseri umani, nessuno escluso. Tutti gli esseri umani, anche quelli meno “fantozziani”, quelli più “di successo”, hanno dentro un poco di Fantozzi. Chi può vantarsi di essere sempre all’altezza delle situazioni, di non avere mai fatto figuracce in occasioni importanti, di non essersi mai mostrato, in nessuna occasione, timido e impacciato, di non essersi mai lasciato intimidire dai suoi superiori, di non essersi mai comportato in maniera meschina con i suoi uguali e di non avere trattato con arroganza quelli che, da qualunque punto di vista, stanno sotto di lui? In effetti, i superiori di Fantozzi sono l’alter ego di Fantozzi: se stesse più in alto nella gerarchia aziendale e sociale, anche Fantozzi maltratterebbe gli “inferiori”.

Il mondo in cui vive Fantozzi somiglia al mondo reale ma in esso, come dentro uno di quegli specchi da luna park, le immagini riflesse provenienti dal mondo reale si deformano e ingigantiscono. Abusando sistematicamente dei superlativi, dei peggiorativi e in generale di aggettivi e avverbi iperbolici (“pazzesco”, “tragico”, “orrendo”, “terrificante”, “tragicamente” eccetera), la voce narrante di Fantozzi-Villaggio ingigantisce le proporzioni ed accentua le caratteristiche delle cose, delle persone e delle situazioni di cui parla.

Esagerando tutti gli aspetti della realtà, lo specchio magico ne rivela l’intima verità. Quando si specchia in esso, la tipica azienda a vocazione multinazionale appare come una colossale mega-ditta basata su una gerarchia di potere di stampo monarchico. Che cosa è infatti nella realtà un capo azienda per i suoi dipendenti se non un monarca assoluto? Una clinica per dimagrire appare addirittura come un penitenziario. Infatti non c’è molta differenza fra una dieta dimagrante e il regime alimentare riservato al detenuto di un campo di prigionia.

Fantozzi stesso è una esagerazione vivente: i difetti comuni a tutti gli uomini in lui assumono proporzioni addirittura sovrumane, che lo rendono una sorta di paradossale super-eroe della “inferiorità”. Egli è sempre, sistematicamente ed esageratamente incapace di essere all’altezza di qualunque situazione, incapace di evitare una sola brutta figura, timido e impacciato, servile verso i suoi superiori, spesso meschino verso la moglie (che lo ricambia con uno sconfortante: «Ti stimo moltissimo»). Nel suo mondo esagerato, quest’uomo esageratamente difettoso non può che essere vittima designata una sfortuna implacabile. Impiegato nell’ufficio sinistri, subisce continuamente catastrofici sinistri che però lo lasciano sempre assurdamente illeso, come un personaggio dei cartoni animati. Oltre alle catastrofi fisiche, si susseguono le catastrofi finanziarie. Ad ogni occasione, Fantozzi è costretto a firmare “chili di cambiali” ma, assurdamente, non diventa mai povero.

I suoi superiori, che sono appunto i suoi alter ego, sono esageratamente superiori: non sono semplicemente direttori ma tutti megadirettori, suddivisi in galattici, clamorosi, naturali, laterali e perfino arcangeli. Con la loro smisurata presunzione e la loro iperbolica arroganza appaiono ridicoli e grotteschi, simili al cagnone di alto lignaggio che aggredisce Fantozzi nella villa della contessa Serbelloni Mazzanti Viendalmare. Quanto Fantozzi è immeritatamente sfortunato, tanto loro sono immeritatamente fortunati nella vita.

Se nella realtà che ci circonda non tutto è bello, nella realtà esagerata di Fantozzi c’è un eccesso surreale di bruttezza. Fantozzi-Villaggio, i colleghi, i superiori e i familiari sono tutti carenti sul piano estetico. A causa del basso reddito, Fantozzi e i suoi colleghi sono dei forzati del riciclaggio di articoli d’abbigliamento obsoleti, che assemblano in maniera del tutto inappropriata, imbarazzante e anti-estetica. Nella casa di Fantozzi non c’è un solo elemento di buon gusto e non ce ne sono due che stiano bene insieme. A causa delle carenze formative, gli impiegati non riescono ad indovinare un congiuntivo. Il semplice “me lo dia” è sostituito sempre invariabilmente da un cacofonico “me lo dii”, il “faccia” da un insopportabile “facci lei” eccetera. Insomma, il mondo di Fantozzi somiglia al mondo reale ma è molto più brutto, così esageratamente brutto che è mostruoso e quindi paradossalmente bello, di quella bellezza particolare che hanno ad esempio i mostri di pietra che ornano le cattedrali gotiche.

In conclusione, il mondo di Fantozzi è la copia molto brutta del mondo reale: in esso gli esseri umani sono più difettosi, e ce ne vuole, degli esseri umani reali e la bellezza sembra messa al bando. Eppure questo mondo mostruoso ci fa ridere, provocando un senso di gioia. Perché? Dal momento che sappiamo di avere molti più limiti e imperfezioni di quanti ne vedano gli altri, deridendo Fantozzi deridiamo anche noi stessi, riappacificandoci con i nostri difetti. Deridendo la bruttezza esagerata che circonda Fantozzi, ridiamo della bruttezza che inevitabilmente è presente nella realtà, facendo pace con la realtà tutta, imparando ad accettarla. E solo nel momento in cui la accettiamo, ci accorgiamo che nella realtà c’è più bellezza di quanta ne appaia immediatamente ad uno sguardo superficiale.

Scriveva acutamente il romantico Karl Rosenkranz nell’Estetica del brutto, pubblicata nel 1853: «Il brutto ha dunque due frontiere: il limite iniziale del bello e il limite finale del comico. Il bello esclude da sé il brutto; il comico invece fraternizza col brutto, ma contemporaneamente gli toglie l’elemento ripugnante facendone vedere la relatività e nullità al cospetto del bello».
Anche nelle cose più brutte c’è inevitabilmente un poco di bellezza, e ogni bellezza, anche la più piccola e insignificante, è segno della bellezza infinita di Dio. Per questo, non spaventiamoci di fronte ai nostri difetti e ai limiti della realtà. Impariamo ad amarli, sapendo che bruceranno al cospetto dell’Infinito.


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