Essere madri, questo dono di natura. Qui sta la speranza contro il contagio assassino

Le mamme italiane restano tali, anche se diventano musulmane, anche se hanno un figlio che ha sgozzato ragazze innocenti

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Articolo tratto dal numero di Tempi in edicola (vai alla pagina degli abbonamenti) – Devo scriverlo, fissarlo prima che voli via tra le piume della distrazione. Mia figlia frequenta i concerti qui e là per la Lombardia. Cose di nicchia, di cui nulla so. Parlavamo di Manchester, delle tante ragazzine che sono andate al concerto di Ariana Grande, e di esse tante sono morte. Chi va ai concerti? Che cosa cerca in quell’unione di persone intorno a una musica e a parole spesso insignificanti? Monsignor Luigi Negri, che io rispetto molto, ha pianto per quelle giovani creature uccise, le quali hanno ricevuto dai genitori un sacco di cose meno l’essenziale.

Mia figlia mi ha raccontato che in questi concerti le capita spesso di incontrare una madre che spinge la carrozzina della figlia, totalmente invalida. Il posto delle carrozzine è in prima fila. E a un certo punto, accade sempre, quando la musica tocca l’acme ecco che quella madre si prende tra le braccia la figlia e balla con lei, e su quei volti c’è un bellissimo sorriso.

Io trovo tutto questo meraviglioso. È un fatto di luminosa maternità e figliolanza. Qualcosa che riguarda l’essenza dell’amore. Voglio spiegarmi. Anzi no. Spiegarsi è uno spreco verbale inutile. Guardo con la mente quel che mi ha raccontato mia figlia, senza nessuna tonalità moralistica o sentimentale. Basta così.

Quel fatto, la mamma che si prende la prima fila, e tira su dall’immobilità la propria figlia adolescente, è un fatto. Non cambia la natura del concerto. Ma c’è. Non nega il giudizio sulla stupidità e vuotaggine di tante di queste manifestazioni, sull’incapacità educativa di chi deposita i ragazzi in questi supermercati dove si fa il pieno di niente. Ma quel fatto c’è.

La ragazzina dei concerti
Il qui presente Boris ha speso parole molto dure sul concerto di “riparazione” organizzato dalla medesima Ariana Grande e nella medesima città di Manchester il 4 giugno, sei giorni dopo l’attentato mortale. Si è insegnato, con una canzone famosa, a “non guardare indietro”, a lasciar correre. Si sono fatti girotondi, tenendosi per mano con poliziotti gentili. Dimenticare per vivere come nulla fosse accaduto. Insopportabile. Il male esiste invece.

Ed ecco quella madre che balla con la figlia sorridendo e tenendola in braccio nella calca. Lì c’è qualcosa che sconfigge il nulla. Qualcosa che commuove nel profondo chiunque. Non tiro il filo delle conclusioni, non sono capace. E c’è un’altra madre, Valeria Collina. È la mamma musulmana di Youssef Zaghba, uno dei tre che a Londra ha pugnalato, insieme a due altri terroristi islamici, i passanti, a caso, e quindi ucciso dalla polizia. Ha risposto alla stampa internazionale velata di nero, ma poteva anche indossare il grembiule e lo scialle delle resgiore.
Le madri italiane restano tali, anche se diventano musulmane, anche se hanno un figlio che ha sgozzato, per obbedire ai suoi capi islamici, delle ragazze innocenti. Non riescono, le madri italiane, a strapparsi il figlio di dosso. Sono madri di Abele e di Caino. Sono entrambi figli suoi. Così Valeria riesce a parlare malissimo di Youssef, la sua creatura assassina, giudica i suoi atti come malvagi e degni di punizione estrema, dà ragione all’imam che non vuole seppellirlo con rito religioso, ripudia la violenza infame insegnatagli dall’Isis; sì, dice così ed è sincera, è come guardasse il cadavere crivellato di colpi e dichiarasse anch’essa la condanna a morte.

Il terrorista di Londra
Ma poi non può fare a meno di prenderselo in braccio, di chiamarlo per nome, di baciarlo, di riconoscere che è carne sua, anima sua. Risolutamente scaglia l’anatema e nello stesso tempo vuol bene al figlio, conserva di lui la memoria del bambino dolce che per una mamma il figlio resta per sempre. Vorrebbe non avesse subito quel cambiamento, darebbe la vita perché non fosse accaduto. Così riesce a cogliere nell’ultima telefonata fattale da Londra, pochi giorni fa, «una dolcezza particolare nella voce, era particolarmente tenero».
L’essere madri, questo dono della natura: qui sta la speranza contro il contagio assassino. Una resistenza dentro la natura delle madri. Condanna i suoi gesti, ma è Youssef. Forse non si è ancora resa conto di aver perduto il figlio due volte: nella tomba della morte e nell’abisso del male. Se non si fosse capito, qui vorrei con Boris inchinarmi a queste due madri. La madre della ragazzina che va ai concerti, e la madre dell’assassino. In loro c’è molto dolore e molto cielo.

Foto Ansa

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