Emily filma il suo aborto, cinque donne le rispondono: «Anche noi abbiamo abortito, il perdono ci ha salvate»

Le storie travagliate di Abby, Jewels, Ashley, Beatrice e Brice che hanno ricominciato a vivere solo dopo aver riconosciuto che «l’aborto non è una soluzione facile a un problema… è “Il problema”»

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emily-letts-midprocedure-emilyletts-vimeoSono passate dalla tranquillità di chi è convinto di non aver fatto nulla di male a un sentimento misto di angoscia, dolore, disperazione, fino ad approdare alla gioia della redenzione. È il leitmotiv di cinque storie sull’aborto, raccontate dal quotidiano The Blaze, che hanno fatto da contraltare al video della venticinquenne Emily Letts (foto a fianco), dipendente di una clinica abortiva, che ha filmato il suo aborto per dimostrare l’inoffensività della “procedura”.

«HO SPEZZATO IL CUORE AI MIEI FIGLI». «Quello che il movimento [abortista] ha mancato di fare è stato camminare con le donne anche dopo il momento dell’aborto». Ne è certa Abby Johnson, l’infermiera che oltre ad aver abortito due volte ha partecipato a centinaia di «omicidi», come li chiama oggi.
Direttrice di una delle cliniche del colosso abortista Plannned Parenthood, Johnson racconta l’impatto imprevisto che quelle due interruzioni di gravidanza hanno avuto su di lei e sulla sua famiglia: «Un giorno ero in macchina, mia figlia, così dal niente, mi chiese se avrebbe mai visto i suoi fratelli. Le domandai che cosa intendesse… onestamente sperando che non stesse parlando dei due aborti che avevo fatto». Ma la figlia le disse di sapere tutto, spiegando: «Nel mio cuore sento che mi mancano». Johnson non avrebbe «mai immaginato che avrei spezzato il cuore ai miei figli».

jewels-green-aborto«NIENTE MI DAVA SODDISFAZIONE». Anche Jewels Green, dopo un’interruzione di gravidanza, cominciò a «essere consumata da un dolore travolgente, da un senso di colpa ineludibile e tentai il suicidio». Green era in uno stato di malessere tale che «trascorsi un mese in un reparto psichiatrico. Per recuperare lavorai in un centro di aborti per cinque anni, nel tentativo di placare la mia colpa, normalizzare il mio trauma e razionalizzare il mio dolore». Poi, per riempire «il vuoto lasciato dal mio bambino», Green si diede alla ricerche accademica, cercando pace nella carriera, trasferendosi in diversi Stati e infine sposandosi: «Ma niente mi dava soddisfazione fino a quando non iniziai a parlare dell’angoscia e del rammarico che provavo (e provo ancora) per l’aborto».
Le cose hanno cominciato a cambiare solo quando «ho ammesso di essere responsabile della morte di mio figlio: permettere a me stessa di soffrire fino in fondo mi ha portata più vicino alla pace interiore». Perché «il dolore può essere insopportabile, ma può anche cambiarti».

ashley-granger«”LA COSA PIÙ AMOREVOLE”». Ashley Granger abortì a 22 anni pensando che «l’aborto fosse l’opzione migliore». La società, spiega la donna, «mi aveva fatto credere che nulla di buono sarebbe venuto fuori da una gravidanza non pianificata… soprattutto per una studentessa universitaria». Di più, Granger si sentì dire che «se non ero pronta ad essere un genitore questa era “la cosa più amorevole” che potessi fare e che la maggior parte delle donne poi provava sollievo». E invece la giovane, pur apparendo «la maggior parte del tempo su di giri per mantenermi insensibile dentro», tentò di togliersi la vita tre volte.
Chiedendo aiuto per affrontare la depressione «mi sentii meglio». Granger quindi si sposò e rimase incinta: «Comprai quasi tutti i libri sullo sviluppo del mio bambino. Fu allora che mi colpì il dolore più assoluto e l’orrore di quello che avevo fatto solo pochi anni prima». Ma oltre a questo e «alla tristezza profonda per aver rubato a mio figlio un fratello», la donna ora convive con «l’infertilità da due anni e mezzo. (…) Ogni sera il mio dolce figlio prega Dio per un fratello e ogni volta che sento quelle preziose preghiere il mio cuore soffre». Ecco perché, secondo Granger, «un aborto non è una soluzione facile a un problema… è “Il problema”, che lascia un effetto duraturo sulle generazioni future».

beatrice-fedor-abortoLACRIME E INCUBI. Beatrice Fedor di aborti ne ha fatti due: «Il primo per volere del padre. La seconda volta il diavolo mi ha sussurrato all’orecchio che l’aborto avrebbe “salvato” il mio bambino dal suo padre violento». Per anni la ragazza visse odiandosi, poi si sposò ma «ero traumatizzato dal passato. Quando sono rimasta incinta ho dovuto condividere la mia gravidanza/storia di aborto e mi vergognavo (…). Mi sentivo indegna di portare un bambino voluto dentro di me. Ogni sera mio ​​marito mi trovava rannicchiata su una sedia in lacrime».
Fedor prese degli antidepressivi, ma quando il piccolo nacque «mi sentivo distaccata. Avevo incubi in cui lo ferivo e dicevo: “Va bene, tanto non può sentire nulla”». Da un po’ di tempo, conclude la donna, «ho iniziato a guarire e a condividere la mia storia».

C’È SEMPRE UN’ALTRA SCELTA. Infine Brice Griffin racconta di aver sofferto in silenzio per 10 anni: «Ero incinta e comunicai la notizia al mio ragazzo, una rock star. Cinque parole avrebbero cambiato la mia vita “Ci prenderemo cura di lui”». Quelle parole non arrivarono e la donna si stupì della facilità con cui cercò un modo per interrompere la gravidanza: «L’aborto ci divise (…) Ero devastata, mi ritrovai vuota e lacerata, assolutamente sola», ma «dopo aver sofferto in silenzio per oltre un decennio fui sorpresa di scoprire che le stesse persone a cui cercai di nascondere il mio senso di colpa e di vergogna, le persone più vicine alla mia vita, sono state quelle che mi hanno confortata e perdonata quando finalmente ho confessato loro di aver abortito, rammaricate per non essere state coinvolte quando avevo bisogno (…). Per questo sono colpita dalla mancanza di scelta che viene prospettata a una donna incinta: a me ne fu presentata solo una, quella più dolorosa».

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