Elogio pasoliano del borgataro Totti

Senza ombrello, sotto il temporale

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Ma cosa avrebbe detto Pier Paolo Pasolini davanti a Francesco Totti? La domanda, per nulla peregrina, viene ad uno di noi, gli occhi lustri per quel gioiello appena visto in tv, da Copenaghen, sabato 27 marzo. Una serata passata a fare zapping davanti alla tv per scappare dalla faccia di Zoff, con quel suo occhio un po’ imbesuito e dal gioco debosciato della nazionale che nel suo ct si specchia. Cosa avrebbe detto Ppp di Francesco Totti, detto “er pupo”, borgataro di Porta Metronia, 22 anni e qualche mese (che, quindi, è venuto al mondo quando Ppp era sparito da due anni: altra era, altro mondo…)? Partiamo da Pasolini. Il quale amava il calcio, lo giocava (“Ogni volta che sentivamo schiamazzi di una partita ci fermavamo ed entravamo in campo anche noi”, racconta Ninetto Davoli) e lo vedeva. Faceva un tifo sfegatato per il Bologna (quando incontrava Bulgarelli, si emozionava al punto che gli mancava la parola), sua città natale. Ma aveva un debole, e che debole, per Roma. Il calcio Pasolini lo infila dappertutto, come documenta un libro uscito un paio di anni fa (Limina editore): nei romanzi, nelle poesie, nei film, nei saggi. Il calcio è figlio di quell’Italia antropologicamente sana, piena di cattolicesimo e di vitalità, di cui Ppp, negli ultimi anni, aveva profetizzato, tragicamente, lo sgretolamento: “I pomeriggi che ho passato a giocare a pallone sui prati di Caprara sono stati indubbiamente (il corsivo – commovente! – è suo) i più belli della mia vita. Mi viene quasi un nodo in gola se ci penso” (Il Tempo, 1969). Gli piace anche vedere: ragazzi in campo con “la caparbietà di un animale da tiro, che stanno al gioco dei padri, atroce razza”. Vabbè, e Francesco Totti, in tutto questo? Non c’è bisogno di essere romanisti – come uno di noi è – per capire che ha qualcosa di speciale. La prima cosa speciale è la grazia (tanta) incarnatasi incredibilmente in quel corpo massiccio, da torello di borgata. La seconda cosa speciale è quel suo appartenere a due Italie lontane anni luce, antropologicamente parlando: quella povera e entusiasmante degli anni 60 e questa ricca e imbastardita di fine millennio. Con Pasolini una risposta l’abbiamo trovata. È la romanità il segreto di Totti. Sentite Ppp: “A Roma l’identificazione del tifoso con la squadra non sublima sentimenti ristretti, provinciali, municipali. E poi nel romano c’è sempre quella dose di scetticismo e di distacco che lo preserva sempre dal ridicolo. Nella propria squadra non esalta glorie cittadini o altre cose noiose di questo genere. Esalta la propria dritteria. E un dritto è un dritto… Un’idea di calcio umana, storica, terrestre: esposto quindi a ogni rischio e a ogni negazione. Il contrario del tifo che è astrazione, costellazione fissa, dogma” (L’Unità, 1957). Per questo, forse, amiamo, tifiamo e sogniamo (l’altro di noi è milanista) Francesco Totti.

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