Elogio dei grillini dissidenti che sfanculano Grillo. Avevano pescato il biglietto della fortuna e lo strappano per poter dire “io”

La ribellione interna al M5S contro Grillo e Casaleggio è la conferma che il totalitarismo non vincerà mai. C’è un limite all’ipnosi da scontrini, guru e web

Non voglio parlare di Beppe Grillo. Ma di chi se ne va. Di chi dice no. Non ho nessuna voglia di associarmi alla caccia al Grillo, secondo l’abitudine cinese ma anche italica di bastonare il cane che affoga. Quando traversava a nuoto lo Stretto di Messina e volava sopra le acque al punto da parere quasi un pesce-angelo, un miracolo della natura, e ingoiava donne, uomini e giornali adoranti come fosse la balena di Pinocchio, si innalzarono universali e festose acclamazioni. Logico: era la fase ascendente; qualsiasi movimento che coinvolga un po’ di popolo, quando la folla sta crescendo cattura furbi e ingenui.

Ora Beppe si dichiara «stanchino» e il fenomeno ha stufato: persino Marco Travaglio lo rincorre con l’abituale manganello per rischiarargli il cervello.

A me interessa il punto di rottura. Quel che ha indotto alcuni suoi parlamentari a dire basta. A rompere. A spezzare l’incantesimo e il legame con il “popolo della rete”, con “i cittadini del web”, e ad andarsene a zonzo, o forse verso qualche luce.

Li vedevo circolare per il Parlamento, e anche fuori. Sono convinto che sia una tecnica, deve avergliela suggerita Casaleggio: vestirsi apposta in modo arruffato, così i senzatetto e gli altri mendicanti organizzati o no che assaltano i deputati non li tormentano. Alcuni di loro li ho riconosciuti con l’occhio fisso a terra per precipitarsi su scontrini di consumazioni da poter presentare per dare meno soldi all’organizzazione.

Ma non è questo che interessa.

Il fatto è che erano in una comunità perfetta. Sono stati accolti, beneficiati, sono diventati importanti. In fondo molti di loro sarebbero, fuori dalle aule di Camera e Senato, disoccupati o precari. Alla fine era comunque un salto di condizione sociale, di benessere, di vita. Restare lì dentro, alla fine li avrebbe fatti appartenere al popolo grillino per sempre, poter non decidere più, lasciarsi naufragare dolcemente nel mare del pensiero alternativo, e obbedire a prescindere dalla coscienza, ma lasciarsi penetrare dall’onda, dalle parole di Grillo, dalle indicazioni di Casaleggio, dalle previsioni sulla fine del mondo, e scivolare nel calore cosmico carico di elettricità da vaffanculo.

Chi ha detto di no, e ha tagliato la corda in tutti i sensi, ha alzato la testa. Non siamo fatti per essere risucchiati dal grande Noi, dal Papà Barbuto e dallo Zio Guru, i quali trattano gli “io” altrui come enti inutili da accatastare per poi accendere il falò della volontà collettiva di cui parlava Rousseau: il sogno disperato di nazismo e comunismo, dove l’unico a pensare e decidere è il Timoniere, l’Essenza della Classe o della Razza in cui si identifica lo Spirito della Storia. In questo tempo dell’“io” ridotto e assassinato, con desideri ridotti al piacere senza alcun rapporto con le stelle, qualcuno ha detto di no.

Così in questa ribellione vedo la conferma che il totalitarismo non passerà mai. C’è un limite oltre cui i singoli scoprono un impulso tremendo a ribellarsi, a far saltare il coperchio dell’ipnosi. Io credo che Beppe Grillo abbia fatto apposta a esasperare proprio questa idea dell’ipnosi per farla esplodere. Mai osservato come rotea gli occhi, come fissa le persone? Secondo me, ha nominato il direttorio parigino di Robespierre e del Terrore apposta per portare in fretta a termine questa corsa e farsi tagliare la testa.

Intanto, quelli che sono stati espulsi o hanno rotto l’incantesimo dove finiranno? Consapevoli di aver pescato il biglietto della fortuna, lo hanno strappato apposta. Ho in mente che un bravo idraulico del mio paese è diventato deputato perché ha avuto l’idea di presentarsi in pigiama a un consiglio comunale. Forse un giorno metterà il pigiama per mettere a letto i figli. Glielo auguro.