“Elfi al quinto piano” non è una favola. È una vera furbata

Mischiare elfi, Babbo Natale, presidenti che arrestano coppie omogenitoriali e mettono in orfanotrofio i loro bambini non fa di un libro una fiaba

«Non ritengo sia straordinario che nel mio libro ci sia una coppia omosessuale e birazziale. Il tema centrale è un altro», dice Francesca Cavallo, autrice della strapompatissima “favola” di Natale per bambini Elfi al quinto piano. «Ma allora com’è che in una delle prime pagine scopriamo che la nostra famiglia è dovuta scappare dallo stato in cui viveva perché il nuovo presidente arresta le famiglie omogenitoriali e manda in orfanotrofio i loro bambini?». Dal blog di Mammaoca, pubblichiamo ampi stralci della recensione di Annalena Valenti

Il libro Elfi al quinto piano, di Francesca Cavallo, che, dalle librerie ai supermercati, potete trovare ovunque, non è una favola di Natale come ci suggeriscono da più parti, tanto da farti venire il dubbio che si voglia veicolare altro, e neppure una favola politica come cerca di farci intendere l’autrice. Non è una favola, punto. A meno che per favola non si intenda la sua accezione di fola, vana immaginazione, storia irreale, fantasticheria, che è il significato che si dà oggi quando si parla di libri di favole. (…) Non una fiaba ma un’idea ideologicamente e modernamente corretta da vendere, tanto da essere osannata ovunque.

DI COSA PARLA IL LIBRO?

Iniziamo dall’illustrazione di copertina (le illustrazioni, da favola, sono fatte da Verena Wugeditsch) che dovrebbe subito farci capire cosa troveremo dentro. Ho chiesto a sei persone (ammetto che sia un campione un po’ ristretto, ma, vi giuro, attendibile) cosa rappresentasse l’illustrazione, due mi hanno detto «5 bambini, una degli amici, una due amiche e tre bambini», una «due mamme e tre bambini» (fuochino) e una, invitata a guardar meglio, ha riconosciuto «una donna bianca, una donna di colore, due bambini di colore e una bambina bianca: amicizia, integrazione e apertura saranno i temi del libro», mi dice.

Premessa: l’autrice, in più di una intervista, dichiara apertamente di aver voluto scrivere una favola natalizia che parlasse di quei temi “politici” che a lei interessano: integrazione senza pregiudizi, accoglienza del diverso e soprattutto la disobbedienza dei bambini che salverà il paese (la summa del politicamente corretto attuale), e, tra una frase e l’altra, cosa che ritroviamo anche in molte recensioni, che la protagonista è una famiglia composta da due mamme e tre figli (quella della copertina) che, come viene specificato nell’introduzione, è la famiglia che vorrebbe l’autrice. Sembrerebbe, questo del c’era una volta una famiglia composta da due mamme con tre bambini, (famiglia, per inciso, molto modello mulino bianco, amore di qui e serenità di lì) un tema marginale, o meglio, un dato per scontato da cui si parte, come da dichiarazioni e recensioni. In alcune interviste si dice che il libro parla di una famiglia che arriva nella città di R. altrove che «non ritengo sia straordinario che nel mio libro ci sia una coppia omosessuale e birazziale. Il tema centrale è un altro». Il tema è altro, questo è solo un dato iniziale…
Ma allora com’è che in una delle prime pagine scopriamo che la nostra famiglia è dovuta scappare dallo stato in cui viveva perché il nuovo presidente arresta le famiglie omogenitoriali e manda in orfanotrofio i loro bambini? Non sembrerebbe un dato di fatto, ma un tema forte, impegnativo e pregnante tutto il libro. Se fosse una favola sarebbe un drammatico punto di partenza, al pari della morte dei genitori o dell’essere abbandonati nel bosco, o sbaglio? Messo così è più un gratuito e violento en passant.

PERCHÉ NON È UNA FAVOLA DI NATALE

A difesa dell’autrice diciamo che non è la prima ad aver scambiato per favola alcune sue idee, è da anni che succede, sembra che qualsiasi storia irreale possa essere dichiarata fiaba, ma il mondo di Feeria ha più regole del nostro e la prima ha a che fare con la realtà. In più, quando Cavallo parla di fiabe, sembra non abbia conosciuto altro se non le americanate di Disney, che ha banalizzato in stile Barbie qualsiasi eroina di fiaba, che forse è uno dei motivi per cui Cavallo, insieme alla coautrice Favilli, ha costruito quell’operazione geniale con uno dei crowdfunding più riusciti per le Storie della buonanotte per bambine ribelli: storie di donne vere, illustrate favolosamente, rese in una paginetta quasi più irreali delle principesse Disney. Non a caso nelle librerie il fiorire di libri sulle ribelli è accostato a quello sulle principesse Disney. C’è da porsi qualche domanda.

ELFI E BABBO NATALE NON FANNO DI UN LIBRO UNA FIABA

Trama del libro. Nel paese di R. dove si è trasferita la nostra famiglia, dopo essere scappata dal paese cattivo, non succedono mai brutte cose, è una città perfetta perché, come da comandamento del sindaco dottor Noia (?) se non aprite la porta a nessuno, nessuno vi può far del male, tutti stanno rintanati in casa, e nessuno saluta nessuno, soprattutto i diversi (un dubbio che una città così non possa, di fatto, essere perfetta non vi viene?). Per farla breve, introducendo che saranno i bambini del paese a ribellarsi e a cambiare le regole, Babbo Natale decide di mandare alcuni elfi a confezionare i pacchetti dei regali da qualcuno che sia accogliente, beh in effetti gli elfi sono piuttosto diversi, e quindi indovinate da chi andranno? Poi le mamme vengono arrestate perché non curano i figli, poi gli elfi si nascondono, poi arriva un poliziotto buono e uno cattivo, poi arrivano due papà con figli e una mamma con figli, poi i regali vengono consegnati, poi c’è una cena di natale con Babbo Natale come ospite principale. Fine.

IL MONDO DI FEERIA E QUELLO DI CAVALLO

Il mondo di Feeria ha regole assai precise e, diciamolo subito, tranne che in un mondo fantastico e creato dalla fertile mente dell’uomo che fa uso di logica, ragione e sentimento per offrire la sua arte come dono, elfi e Babbo Natale non esistono, vivono sì, ma in un mondo che non deve essere mischiato al nostro. Mischiare questi mondi, che è quello che si fa sempre più spesso oggi in libri e film per bambini, confonde il loro senso della realtà. E ti fa sorgere qualche dubbio sui messaggi che si vogliono dare.
Se attraversiamo un armadio, o uno specchio, e ci troviamo a Narnia o nel Paese che non c’è, sappiamo che avremo avventure fantastiche e potremo anche incontrare Babbo Natale o gli elfi, ma dobbiamo imporre la principale regola di Feeria, quella di uno spazio e un tempo indeterminati, fuori dalle leggi di natura, la legge del “C’era una volta…” e allora potremo anche tornarne arricchiti.

L’autrice dice di essersi ispirata a quei film natalizi americani dove Babbo Natale viene catapultato in Central Park, e anche noi, ammettiamolo, subiamo il fascino dell’incanto americano. Ma allora, sovvertendo le regole, se gli elfi si presentassero nel paese di R., sarebbe un avvenimento, una sorpresa, se non un incantesimo, un imprevisto, o almeno un incanto americano, tale da scombussolare anche il politicamente corretto, che, diciamolo sottovoce, fa risultare noioso, banale e scontato anche l’arrivo di dieci elfi.

LE FIABE SONO SEMPRE POLITICHE

Le fiabe sono politiche, altroché se lo sono, checché ne dica Cavallo che pare si senta l’unica a scriverne, tra l’altro confondendo l’accezione di politico con ideologicamente accettabile. Sono politiche e universali. «Le fiabe parlano di cose permanenti, non di lampadine elettriche, ma di fulmini», scriveva Tolkien. Non sono temi politici quelli che le fiabe affrontano? L’infanzia abbandonata e abusata (uno dei temi principali delle fiabe: Pollicino, Hansel e Gretel, Pelle d’asino, La piccola fiammiferaia), la ricerca del proprio posto nel mondo (Il prode piccolo sarto, Il compagno di viaggio, Il gatto con gli stivali, Mignolina, ma un po’ tutte), le differenze sociali (Cenerentola, Gian Babbeo, Cigno appiccica!, Mignolina), il potere (La Regina delle nevi, L’usignolo, Favola dello zar Saltan, Il pescatore e sua moglie), la responsabilità verso il mondo (Favola del principe Ivan, L’acciarino), il potere vecchio che non vuole cedere il posto al giovane e l’invidia della vecchia per la giovane (Favola dello zar Saltan, Cenerentola, Biancaneve, I dodici fratelli), l’elevarsi attraverso lo studio (la Bella e la Bestia, Lo spirito nella bottiglia) la violenza (La luce del sole lo rivelerà, Barbablu), il lavoro che emancipa (Vassilissa, Il tesoro dei tre fratelli) e, citando i temi cari a Cavallo, che non sono stati inventati da lei, la disobbedienza dei piccoli e semplici (Pollicino, L’oca d’oro, Le tre piume, I vestiti nuovi dell’imperatore), l’emarginazione o l’accoglienza della diversità (La Bella e la Bestia, Il principe Ranocchio, I nati d’oro, Il brutto anatroccolo), e potrei continuare.

Temi politici universali in cui ogni bambino si può riconoscere, senza essere, allo stesso tempo, riconoscibile, e questo è il bello delle fiabe, quando sono belle (tema da approfondire, questo del riconoscersi senza essere riconoscibili).

OLTRE LE MURAGLIE DEL MONDO

Con l’idea sottintesa ad ogni fiaba che, qualsiasi sia la condizione di partenza, c’è una strada che tutti possono affrontare, fatta di lotta personale, facendo fruttare le proprie doti e qualità con il lavoro e la perseveranza, con senso di responsabilità e compito verso se stessi, verso la famiglia e il regno, e anche con umiltà (aiuto, aiuto, che concetto poco moderno) e bontà (e questo poi!!) e (udite, udite e se volete dissentite) obbedienza (la disobbedienza, uno degli incipit più frequenti delle fiabe, non è in sé un valore, ma una condizione). E dove, accettare l’imprevisto di un aiuto magico e gratis, è ammettere che qualcosa del genere capita anche nella vita del nostro mondo. Tutto questo potrebbe darti, come dice il nostro compagno di strada e maestro Tolkien, «una visione fuggevole della Gioia… oltre le muraglie del mondo», che è quello che dovrebbe trasparire da ogni buon libro.