«I Fratelli Musulmani sono il principale problema dell’Egitto: senza di loro non si governa, con loro neanche»

L’Egitto congela la sua nuova democrazia e resta appeso alle pretese degli islamisti di Morsi. Che al potere «hanno sbagliato tutto» ma possono ancora contare su milioni di elettori. Sempre più fanatizzati

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«I Fratelli Musulmani sono il principale problema dell’Egitto, perché non si può raggiungere nessun obiettivo senza di loro ed è impossibile ottenere risultati insieme a loro». Mentre nel paese africano da 80 milioni di abitanti si consuma la crisi più grave dal 25 gennaio 2011, giorno in cui è cominciata la cosiddetta “primavera” che ha portato alle dimissioni del rais Hosni Mubarak, «l’Egitto avrebbe bisogno di un governo di unità nazionale ma nel breve periodo la riappacificazione con la Fratellanza è semplicemente impossibile». Non è dettata dal pessimismo l’analisi fatta a Tempi da Tewfik Aclimandos, ricercatore egiziano al Centre français d’Études et de Documentation Economiques, Juridiques et Sociales del Cairo dal 1984 al 2009 e oggi associato alla cattedra di Storia contemporanea del mondo arabo al Collège de France. Sono le parole stesse dei militanti islamisti a confermare questo scenario fosco.

In occasione del primo anniversario di governo del presidente Mohamed Morsi, eletto con il partito Libertà e Giustizia, braccio politico dei Fratelli Musulmani, milioni di persone organizzate dal movimento Tamarod (“ribelli”) sono scese in piazza in tutte le principali città egiziane per chiedere le sue dimissioni ed elezioni anticipate, forti di una petizione firmata da oltre 20 milioni di egiziani. L’esercito ha deciso di appoggiare la protesta, lanciando un ultimatum a Morsi per venire incontro alle richieste degli egiziani, ma una volta certificato il fallimento delle trattative, dopo aver portato in piazza i carri armati, il 3 luglio il capo delle forze armate e ministro della Difesa Abdel Fattah Al-Sisi ha annunciato in diretta televisiva che la Costituzione era sospesa e Morsi non era più il presidente del paese, sostituito ad interim dal giudice della Corte costituzionale Adly Mansour e dal leader dell’opposizione Mohammed ElBaradei come vicepresidente. La reazione della Fratellanza non si è fatta attendere e lo stato d’animo delle migliaia di sostenitori degli islamisti scesi in piazza è ben rappresentato dalle rivendicazioni di un uomo barbuto intervistato al Cairo dalla tv araba Eretz Zen: «Voglio dire ad Al-Sisi: stai attento, sappi che hai creato un nuovo movimento di talebani e di al-Qaeda che distruggeranno te e l’Egitto. Hai appena formato dei kamikaze pronti al suicidio e al martirio: se qui una persona su dieci un domani si farà esplodere tra la gente, la colpa è tua. Fai un passo indietro e riabilita Morsi o questa gente farà esplodere l’Egitto».

Il rischio di una guerra civile è alto, soprattutto dopo che l’esercito ha represso nel sangue una protesta dei Fratelli Musulmani davanti al quartier generale delle Guardie egiziane, lasciando sul terreno 51 vittime. «Le cose potrebbero peggiorare», afferma Aclimandos. «La Fratellanza e i suoi alleati hanno la volontà e i mezzi per creare problemi in molte aree del paese, inclusi Sinai ed Egitto superiore. Hanno le armi per fare la guerra ma gli manca ancora una massa critica di egiziani che li appoggi, ecco perché penso che a breve non scoppierà un conflitto». La maggior parte degli egiziani, infatti, «pensa che tutto quello che vuole e fa la Fratellanza sia sbagliato» e la causa di una posizione così schierata va ricercata nel modo in cui gli islamisti hanno gestito il potere in questo primo anno di governo.

Duri, puri e indigesti
Oltre ad avere eletto il presidente con il 51 per cento dei voti il 24 giugno 2012, il partito Libertà e Giustizia ha ottenuto la maggioranza relativa alla Camera bassa (235 seggi su 498) e nel Consiglio della Shura (105 seggi su 180). Tra il 2011 e il 2012, dunque, la Fratellanza ha conquistato tutti gli organi decisionali, ottenendo però magri risultati: «In quasi tutte le cose che contano, come voto meritano zero», sentenzia Aclimandos. «Direi che hanno semplicemente sbagliato tutto. Hanno gestito malissimo il problema della Costituzione», approvando a colpi di maggioranza e senza coinvolgere l’opposizione un testo che i cristiani non hanno esitato a definire «fascista e islamista». Inoltre «hanno attaccato i media e la giustizia», raggiungendo il poco invidiabile record di 24 denunce nei primi 200 giorni di governo per “insulti al presidente”. In trent’anni di dittatura di Mubarak c’erano stati solo quattro casi e 23 in 112 anni, cioè da quando la legge contro “chi insulta il re” è stata promulgata nel 1897. «La Fratellanza – prosegue lo storico egiziano – ha anche usato milizie private per scoraggiare l’opposizione», spesso minacciando di morte i suoi esponenti in quanto avversari politici, «e ha distrutto quel poco di Stato di diritto che rimaneva». Tutto questo facendo leva in modo insistente sull’ideologia islamica. «La gente è stufa delle tattiche della Fratellanza, quel loro battere sul tasto che “noi siamo l’islam” e i nostri avversari “sono nemici dell’islam”. Gli egiziani sono un popolo molto religioso ma non ne possono più».

Il vero test dell’islam politico era risollevare l’economia e creare occupazione ma oggi secondo Aclimandos «tutti gli egiziani sono consapevoli che lo stato dell’economia è disastroso». Il debito pubblico è passato in poco più di un anno da 33 a 45 miliardi di dollari: se per la fine del 2013 non verranno trovati altri 20 miliardi, oltre a quelli già offerti dagli arabi del Golfo, l’Egitto fallirà. Le riserve valutarie sono appena salite sopra il livello di guardia, raggiungendo i 16 miliardi di dollari, ma fino a quando Mubarak era al comando ammontavano a 36 miliardi. La disoccupazione, ufficialmente, si attesta al 13,2 per cento della popolazione, quella giovanile al 25, ma gli analisti pensano che i numeri reali siano superiori.

Quei sussidi intoccabili
Infine, proprio per timore che gli egiziani scendessero in piazza, i Fratelli Musulmani si sono rifiutati di mettere mano ai sussidi, vero tarlo dell’economia egiziana: quelli per energia e carburante drenano più dell’8 per cento del Pil. Il timore di perdere consenso ha fatto saltare l’accordo con il Fondo monetario internazionale, pronto a prestare 4,8 miliardi di dollari al tasso di interesse dell’1,1 per cento a patto che il governo tagliasse i 14,5 miliardi di dollari spesi ogni anno in sussidi per la benzina e anche i 4 miliardi di sovvenzioni per il pane. «Il Fmi e la comunità internazionale vogliono aiutare l’Egitto, ma sono frustrati perché il Cairo non vuole fare niente per aiutare se stesso», ha detto Angus Blair, capo del Signet Institute, think-tank economico per il Medio Oriente e il Nord Africa, dopo l’ennesimo fallimento delle trattative tra Egitto e Fmi.

I fallimenti in campo economico sono aggravati dal sistematico tentativo della Fratellanza di occupare ogni posto di potere di rilievo, contro ogni buon senso. Il caso più eclatante è stata la nomina nella seconda metà di giugno di Abdel Mohamed al-Khayat a governatore di Luxor, la località turistica più importante dell’Egitto, vero traino dell’economia del paese. La nomina ha scatenato le proteste dei cittadini, perché sedici anni fa al-Khayat era membro di un gruppo estremista islamico (al-Gamaa al-Islamiya) che ha ucciso 58 turisti nella Valle dei re. Le associazioni dei commercianti hanno definito Al-Khayat «l’ultimo chiodo che sigilla la bara del turismo a Luxor», e dopo una settimana di manifestazioni sono riuscite farlo dimettere. Le code infinite ai distributori di carburante e i continui blackout dell’ultimo mese hanno definitivamente scatenato il malcontento tra la popolazione, anche se secondo il New York Times questi ultimi due fattori potrebbero essere stati creati ad arte proprio per boicottare la Fratellanza e provocare una rivolta.

Complotto o non complotto, per Aclimandos «la gente era stanca dei Fratelli Musulmani, non ne poteva più». Sentimento certificato da un sondaggio condotto da Baseera, secondo cui solo il 32 per cento degli egiziani si riteneva soddisfatto dell’operato di Morsi dopo dodici mesi di governo. Un risultato impietoso se si considera che dopo i primi tre mesi il 78 per cento degli egiziani era contento di Morsi e dopo undici mesi ben il 42 per cento. In appena un anno, secondo il rapporto Democracy Index dell’International Development Centre, ci sono state nel paese ben 9.427 proteste contro il governo.

Nonostante errori e fallimenti, i Fratelli Musulmani godono ancora dell’appoggio di larga parte della popolazione e perché il colpo di Stato dei militari porti i frutti sperati dai giovani di piazza Tahrir, servirebbe un governo di unità nazionale. Eventualità che la Fratellanza ha già respinto con una minaccia: «Continueremo a combattere, anche per mesi, finché Morsi non tornerà al suo posto». Nessuna apertura al governo ad interim guidato da Hazem el-Beblawi, che ha promesso nuove elezioni parlamentari entro sei mesi e modifiche alla Costituzione, così come del resto si erano dimostrati indisponibili i manifestanti del movimento Tamarod.

«Nessun presidente durerà»
«L’opposizione non si fida più dei Fratelli Musulmani, ecco perché ha rifiutato le offerte fatte in extremis da Morsi prima di essere deposto dall’esercito», spiega a Tempi Kristen Chick, inviata al Cairo del Christian Science Monitor. «Glielo hanno chiesto tante volte di governare assieme e se Morsi glielo avesse proposto sei mesi fa sicuramente avrebbero accettato. Ma ormai è tardi, sono entrati in gioco i militari, la gente è stanca. Le cose sono andate troppo oltre per un governo di coalizione». Come un “governo tecnico” possa guidare l’Egitto senza l’appoggio degli islamisti è difficile immaginarlo, anche perché, come spiega a Tempi il membro della Fratellanza Hassan Abdel-Fattah, le dimissioni di Morsi costituiscono un pericoloso “precedente”: «Non si possono ignorare milioni di egiziani scesi in piazza ma neanche i milioni che sostengono ancora Morsi. Siamo tutti sulla stessa barca e se Morsi viene sconfitto dalla piazza e dall’esercito, e non dalle urne, saremo tutti vinti, in futuro un presidente non durerà più di sei mesi». Ecco perché chiama a «un compromesso ragionevole».

Ma la maggior parte dei Fratelli Musulmani non è disposta al «compromesso» e alla «riappacificazione», come confermano le parole consegnate sempre alla tv araba Eretz Zen da una donna completamente velata infuriata con i cristiani del paese, che hanno appoggiato il colpo di Stato militare: «Io sono un’egiziana religiosa musulmana e voglio dire solo una cosa ai cristiani: “Statevene per conto vostro: vi daremo fuoco, vi daremo fuoco”». Dalle parole ai fatti il passo è breve: in una settimana sono stati uccisi cinque cristiani, tra cui un sacerdote. La parrocchia copto-cattolica di San Giorgio, nel villaggio di Delgia, a 60 chilometri da Minya, è stata assaltata da gruppi di fanatici, saccheggiata e data alle fiamme. In tutti i governatorati dell’Egitto i cristiani sono stati attaccati, le loro case e i loro negozi bruciati.

«Sono convinti che i cristiani abbiano giocato un ruolo importante nelle proteste e nell’intervento armato che ha portato al rovesciamento di Morsi. Questa è la loro vendetta», spiega al New York Times Ishaq Ibrahim, che ha documentato queste violenze per l’Egyptian Iniziative for Personal Rights. La persecuzione nelle prossime settimane sembra destinata a peggiorare, stando alle dichiarazioni di odio della Fratellanza, anche se il professor Aclimandos lascia aperta una speranza: «Sicuramente la deposizione di Morsi mette a rischio la vita dei cristiani, tuttavia bisogna tenere conto che la maggior parte degli egiziani è stanca dei discorsi incendiari della Fratellanza». Ma se gli islamisti non abbandonano la politica del muro contro muro e gli egiziani invocano l’intervento dell’esercito ogni volta che un governo li delude, come si può prospettare un futuro di stabilità per l’Egitto? «Di sicuro da oggi qualunque governo farà fatica a occuparsi di economia», prevede Aclimandos. «Potrebbero esserci forti reazioni di piazza a ogni tentativo di tagliare i sussidi, ma potremmo anche rimanere stupiti. Il nuovo governo dovrà cercare di convincere le monarchie del Golfo a prestare soldi all’Egitto e trovare un modo per tenere insieme laici e salafiti, in attesa che i Fratelli cambino strategia. Non sarà facile».

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