E’ l’uomo la rarità cosmica, non gli alieni di Hawking

Secondo un’entusiastica cronaca di Avvenire, quando il computer ha letto le sue parole «Can you hear me?», la giovane folla gli ha rimandato un «Yeeees». L’astrofisico inglese Stephen Hawking è stato a Padova il 9 maggio per la conferenza “Scorrendo all’indietro la storia”, accolto da quattromila studenti in visibilio per ogni bip che trasformava i movimenti delle sue pupille in suoni comprensibili. 64 anni, costretto da vent’anni all’immobilità dal morbo di Gehrig, siede a Cambridge sulla cattedra che fu di Isaac Newton e ha spiegato in un’intervista al Corriere della Sera che «la scienza risponde a interrogativi che prima erano appannaggio della religione. La scienza sta facendo progressi e presto darà una risposta definitiva a come tutto è cominciato». Hawking confida di ritenere basilare per «arrivare a conoscere il significato della nostra esistenza» la «M-teoria, intera serie di teorie» che «permette l’esistenza contemporanea di molti universi differenti».
Marco Bersanelli, docente di Astrofisica all’Università degli Studi di Milano, pur cauto nell’imputare a Hawking giudizi così imprudenti («Bisogna capire quanto ha inciso la semplificazione giornalistica»), dice a Tempi che «l’idea che una eventuale M-teoria possa “spiegare tutto”, come pretendono alcuni suoi sostenitori, mi pare un modo superficiale di affrontare il problema. Per spiegare “tutto” non può certo bastare la fisica. Ma anche rimanendo nell’ambito fisico, basta la semplice constatazione che noi ancora oggi, pur avendo un’eccellente teoria della gravitazione, non sappiamo prevedere il percorso di una goccia d’acqua in una cascata». Dall’infinitamente piccolo all’infinitamente grande, spiega Bersanelli, «ci si trova di fronte a dati di realtà che sfuggono alle nostre teorie. Non è un caso che il progresso conoscitivo in campo scientifico sia spesso sospinto da osservazioni impreviste piuttosto che da teorie».
Anche sull’idea di Hawking secondo cui in altre parti dell’universo si debbano riproporre altre forme di vita («Non siamo soli», ha detto al Corriere), Bersanelli invita a tenere conto dei dati di fatto: «Qualunque proiezione probabilistica si scontra con la nostra grave ignoranza. Non sappiamo come la vita sia comparsa sulla terra, né sappiamo se esistano altri pianeti simili al nostro. L’universo è vastissimo e oggi sappiamo che ci sono pianeti intorno ad altre stelle. Ma tutti i pianeti finora osservati hanno caratteristiche estremamente diverse da quelle terrestri: quel che è accaduto e accade sul nostro pianeta è frutto di un equilibrio incredibilmente sottile e precario. La terra è un’autentica rarità cosmica».