Due o tre cose che so del cinema
Euforie improvvise e scroscianti come piogge tropicali. Abitualmente cupio dissolvi. Poi di nuovo risate di gioia e così via: non è certo facile ricavare dai media, escludendo la routine di quelli specializzati, considerazioni equilibrate sullo stato di salute del nostro cinema. Purtroppo i dati già da molti anni rischiano di stroncare qualsiasi riflessione, entusiastica o depressiva che sia: una ricerca appena antecedente alla pandemia scatenata dal Covid-19, per esempio, certificava che sui 91 milioni circa di biglietti staccati in Italia, la quota di mercato appannaggio del nostro cinema era scesa dalla media del 35,6 al 25,2 per cento. Ciò nonostante da Cinecittà e dintorni erano stati sfornati ben 166 titoli, non di rado, per evidenti ragioni di cervellotica inconsistenza o palese dilettantismo, destinati a non incassare nulla o addirittura a non vedere la luce del circuito: una cifra evidentemente irragionevole e/o controproducente. È logico che l’intera gamma delle criticità abbia finito con l’azzerare, una volta superato l’epocale collasso di cui sopra, il discorso sulle dinamiche produttive, le attitudini di sceneggiatori e registi e le misure messe in atto dalle istituzioni private o statali per migliorare la nostra competitività in campo internazionale.
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